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La “raccomandazione” di un Nobel agli universitari all’inizio del millennio: “Attenzione all’islam politico”

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«Ero ancora studente al Cairo, nei primi anni Duemila. Io e un amico della Facoltà di Scienze decidemmo di assistere a una serata all’Opera egiziana con il compianto Ahmed Zewail, lo scienziato americano di origine egiziana vincitore del Nobel per la Chimica. Parlò di tutto: politica, cultura, arte e naturalmente chimica».

A colpire, ricorda oggi il giornalista egiziano Mohamed Ramadan, presente a quell’incontro, fu soprattutto la posizione netta di Zewail contro la pratica di attività riconducibili all’islam politico dentro le università egiziane. Con un linguaggio diretto, il Nobel sottolineò che le facoltà e gli spazi del campus sono destinati prima di tutto alla formazione e alla ricerca; l’attività politica, pur essendo un diritto, dovrebbe svolgersi fuori dalle mura universitarie.

Secondo Ramadan, quel messaggio conteneva anche un’avvertenza implicita sul rischio della radicalizzazione e sull’espansione dei movimenti dell’islam politico, con in primo piano la Fratellanza Musulmana, negli ambienti accademici.

Un segnale “di allerta” nel dibattito contemporaneo

In un contesto regionale in cui diversi Paesi arabi dichiarano di combattere il radicalismo alimentato da organizzazioni legate all’islam politico, gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto di rafforzare misure volte a proteggere gli studenti in mobilità internazionale da tentativi di reclutamento in atenei occidentali ed europei.

Negli ultimi giorni, alcuni quotidiani britannici hanno riportato la decisione degli Emirati di imporre restrizioni sull’iscrizione degli studenti alle università del Regno Unito, citando timori legati alla presenza e all’influenza di gruppi islamisti in ambito universitario, e facendo riferimento anche al tema della mancata messa al bando della Fratellanza Musulmana.

La giornalista investigativa tedesca Liv von Boetticher, in un post sui social, ha sostenuto che Abu Dhabi avrebbe ridotto il finanziamento di borse di studio che consentono agli studenti emiratini di frequentare università britanniche, per preoccupazioni legate alla radicalizzazione nei campus. Nel suo commento, la giornalista descrive tali decisioni come un “indicatore di allerta” più che come una “guerra culturale”, citando episodi che, a suo dire, includerebbero separazione di genere in aula, intimidazioni e pressioni ideologiche in alcune sedi universitarie.

Nessun divieto totale, ma nuove condizioni per i fondi pubblici

Le misure, secondo quanto riportato, non configurerebbero un divieto generale: le famiglie emiratine potrebbero comunque inviare i figli nel Regno Unito a proprie spese. La differenza riguarderebbe soprattutto i finanziamenti statali: l’accesso alle borse governative per studiare all’estero verrebbe vincolato alle politiche dei Paesi ospitanti in materia di contrasto a terrorismo ed estremismo.

La giornalista britannica Naomi Canton, intervenendo su X, ha osservato che il Regno Unito è stato storicamente la prima scelta per gli studenti emiratini all’estero, ospitando uno dei contingenti più numerosi. Canton aggiunge che il Ministero dell’Istruzione Superiore e della Ricerca Scientifica degli Emirati mantiene una lista accreditata di università e programmi eleggibili per le borse di studio, aggiornata ogni anno in ottobre. Secondo il suo commento, il Regno Unito risulterebbe “notevolmente assente” dall’elenco del 2025, che includerebbe invece India, Stati Uniti, Giappone e diversi Paesi europei; e cita come spiegazione l’eventuale influenza di reti associate alla Fratellanza Musulmana in ambito universitario britannico.

L’analisi: “timori delle élite del Golfo”

Sul tema è intervenuto anche l’analista Dominic Adler, con un passato in ambiti legati ad antiterrorismo, corruzione e intelligence criminale, in un intervento pubblicato su UnHerd. Adler richiama un episodio attribuito a Dominic Cummings, ex consigliere a Downing Street, che avrebbe riferito di conversazioni con figure di rilievo del Golfo: secondo tale ricostruzione, alcune élite arabe sarebbero sempre più caute nell’inviare i propri figli nelle università britanniche, temendo un possibile processo di radicalizzazione e descrivendo atenei prestigiosi come Oxford e Cambridge in termini estremi.

Adler sostiene inoltre che l’influenza della Fratellanza Musulmana, anche tramite reti collegate a organizzazioni studentesche, sarebbe cresciuta nelle università del Regno Unito. Ricorda che vari governi del Medio Oriente considerano la Fratellanza un’organizzazione terroristica e criticano la sua presenza sul territorio britannico. Nella sua conclusione, l’analista afferma che non sorprenderebbe, in questo quadro, lo sguardo sospettoso di alcune capitali del Golfo verso l’accademia britannica, ritenendo che a beneficiarne possano essere gli estremisti “di ogni orientamento”.

Tra memorie personali, decisioni di politica educativa e analisi sulla sicurezza, la “raccomandazione” attribuita ad Ahmed Zewail all’inizio del millennio torna così d’attualità: il campus come spazio di sapere e confronto, ma anche come terreno sensibile dove, secondo alcuni osservatori, ideologie organizzate possono trasformarsi in strumenti di influenza.