La tensione tra Stati Uniti e Iran raggiunge nuovi livelli, con Donald Trump che valuta un intervento militare “rapido e decisivo” in risposta alla repressione delle proteste interne a Teheran. Tra blackout di internet, ripresa controllata dei voli civili e mosse diplomatiche internazionali, il rischio di un’escalation regionale cresce, mentre Washington e i suoi alleati ponderano attentamente le possibili conseguenze di un’azione militare limitata ma mirata.
La situazione in Iran e le reazioni Internazionali
Il contesto interno iraniano resta delicato: Netblocks segnala un blackout di internet che ha superato le 156 ore, descrivendo un “silenzio che si approfondisce dopo una brutale repressione”, mentre la rete è invasa da account pro-regime e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Dopo più di due settimane di proteste represse, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato a Fox News: “Dopo tre giorni di operazioni terroristiche, ora c’è calma. Abbiamo il controllo totale”.
Anche le attività diplomatiche e di sicurezza internazionali si intensificano: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà per un briefing sulla situazione in Iran, mentre la Farnesina ha deciso di ridurre il personale non essenziale nell’ambasciata italiana a Teheran.
Le autorità iraniane hanno chiuso lo spazio aereo per alcuni voli civili, successivamente riaperto, mentre l’ambasciata britannica nella capitale opera ora “da remoto”. Parallelamente, la Francia ha convocato un Consiglio di difesa per affrontare la crisi iraniana e le tensioni legate alle recenti minacce statunitensi sulla Groenlandia.
Un dirigente arabo avrebbe ammonito: “Qualsiasi escalation militare avrà conseguenze per l’intera regione, compresi sicurezza ed economia”, sottolineando la portata globale delle tensioni.
“Le uccisioni si sono fermate, vediamo”, le parole di Trump su un attacco all’Iran
Il presidente americano Donald Trump avrebbe espresso al suo team per la sicurezza nazionale la volontà di un intervento in Iran “rapido e risolutivo”, evitando conflitti prolungati. Trump avrebbe sottolineato: “Se fa qualcosa, vuole che sia definitiva”. Lo hanno dichiarato alla Nbc News un funzionario statunitense, una fonte vicina alla Casa Bianca e due persone informate delle discussioni.
Tuttavia, i consiglieri del presidente non sarebbero riusciti a garantire che un attacco americano provocherebbe il crollo immediato del regime di Teheran. C’è anche il timore che le risorse militari presenti nella regione possano non essere sufficienti a fronteggiare una reazione iraniana, che le autorità statunitensi temono essere aggressiva.
Alcune fonti indicano che questa incertezza potrebbe spingere Trump a privilegiare un’azione limitata, almeno inizialmente, con la possibilità di intensificarla in seguito. Intanto, il Medio Oriente osserva nervosamente la situazione, con il personale statunitense in Qatar e in altre basi chiave ridotto “a titolo precauzionale” per evitare possibili ritorsioni.
Nonostante le minacce, il tycoon avrebbe minimizzato i rischi: “L’Iran ha detto la stessa cosa l’ultima volta che li ho colpiti… farebbe meglio a comportarsi bene”. Il dibattito interno alla Casa Bianca riguarda anche le modalità dell’intervento: attacchi chirurgici mirati contro strutture legate ai servizi di sicurezza iraniani, cyber attacchi per paralizzare le reti di comunicazione dei Pasdaran o operazioni psicologiche sono tutte opzioni sul tavolo, escludendo però un coinvolgimento prolungato di truppe terrestri.