Metodi mafiosi in Libano meridionale
Nei villaggi del Libano meridionale, tutti conoscono il loro modus operandi: il sistema a cui i residenti vengono indirizzati quando hanno bisogno di assistenza finanziaria, mediazione in una disputa o problemi con le autorità. Hezbollah ha creato un “modus operandi” che sfrutta il tessuto civile delle città e dei villaggi: figure apparentemente impegnate in assistenza sociale, mediazione di dispute o attività economiche locali non sono meri operatori civili, ma rappresentanti diretti dell’organizzazione, con ruoli che coprono gestione finanziaria, supervisione militare e controllo informativo. Questo modello di integrazione – spiegano fonti dell’IDF – è una delle strutture di controllo di Hezbollah sul territorio: chi riceve assistenza – sia economica che sociale – si trova in una posizione di dipendenza, che poi si traduce in obblighi pratici come concedere spazi per stoccaggio di armi, trasformare abitazioni private in infrastrutture logistiche o fornire informazioni sensibili sui movimenti delle truppe. Un’ombra sulla vita quotidiana
Nelle comunità analizzate, la figura dell’operatore “civile” si è progressivamente trasformata in un elemento centrale della macchina di controllo di Hezbollah. Questa persona funge da collegamento fra la gerarchia organizzata e la popolazione, capace di influenzare le scelte locali – dalla gestione delle risorse all’allocazione degli spazi – e di fornire alla leadership militare informazioni strategiche. In pratica, l’apparente servizio alle comunità viene utilizzato per consolidare il consenso e assicurare la presenza dell’organizzazione sotto la facciata della normalità. La conseguenza è che, in caso di operazioni militari o di contrasto interno, la distinzione tra “civile” e “militare” si fa estremamente sfumata, complicando non solo le operazioni militari ma anche qualsiasi sforzo di governance civile. Operazioni IDF per smantellare la rete integrata
L’IDF ha iniziato ad adottare contromisure specifiche orientate non solo alla distruzione di infrastrutture materiali, ma anche alla disarticolazione di questa rete di influenza: l’identificazione e la neutralizzazione di operatori chiave che fungono da “ponte” tra associazioni civiche e apparati militari. Ne è un esempio l’azione contro Abu Ali Salameh, figura locale a Yanuh implicata nel mantenimento delle attività di Hezbollah nella regione. L’operazione israeliana ha colpito sia la sua capacità di intervenire in prima persona sia la rete di protezione civile che rappresentava, con l’obiettivo di isolare l’organizzazione dai centri di influenza territoriale.
Stanare il lupo
Non è solo un’operazione militare: fa parte di una strategia per ridurre la capacità di Hezbollah di utilizzare la popolazione civile come copertura operativa e come fonte di informazioni critiche. Parallelamente, Tel Aviv sta coordinando operazioni per impedire il riorientamento delle infrastrutture dell’organizzazione, con priorità sullo stoccaggio di armi e sui siti di lancio. La complessità di questi meccanismi rappresenta una sfida metodologica e politica significativa: non si tratta più solo di colpire depositi di armi o bunker, ma di comprendere e spezzare la rete di relazioni che consente all’organizzazione di mantenere influenza, reclutamento e capacità operativa. In un momento in cui la stabilità del Libano e l’equilibrio del Mediterraneo orientale restano sotto forte pressione, l’azione dell’IDF contro la “maschera civile” di Hezbollah non è solo una questione di sopravvivenza per lo Stato di Israele, ma un tassello essenziale di una strategia più ampia per limitare il potere di gruppi armati integrati nel tessuto sociale in tutto il Medio Oriente.