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Nuove regole per la green card: obbligo di tornare nel paese d'origine

Nuove regole per la green card: obbligo di tornare nel paese d'origine

Un cambio di politica che mette fine a una prassi consolidata e apre scenari di incertezza per studenti, lavoratori e famiglie

Il 22 e il 23 maggio 2026 l’amministrazione guidata da Donald Trump ha introdotto una misura che modifica profondamente il percorso verso la residenza permanente negli Stati Uniti. Con una nuova direttiva dell’U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS), i titolari di visti temporanei che intendono ottenere la green card dovranno, salvo «circostanze straordinarie», lasciare il territorio statunitense e completare la procedura nei loro paesi d’origine.

La decisione segnala un capovolgimento rispetto alla prassi degli ultimi decenni e, secondo esperti, potrebbe influenzare «centinaia di migliaia» di persone all’anno. Le autorità hanno motivato il provvedimento sostenendo che così il sistema fungerà «secondo la legge» e non creerà «scorciatoie», ma le conseguenze pratiche e legali restano oggetto di dibattito e preoccupazione tra avvocati e organizzazioni che assistono gli immigrati.

Cosa prevede la nuova regola

In termini operativi, la norma stabilisce che chi si trova negli Stati Uniti con un visto temporaneo — studenti, lavoratori H-1B, titolari di visti turistici e altri non immigranti — non potrà più fare a valle il cosiddetto adjustment of status senza prima uscire dal paese. Il trasferimento delle pratiche all’estero interrompe una pratica che per decenni ha permesso a coniugi di cittadini americani, rifugiati e richiedenti asilo di completare il percorso restando fisicamente negli Stati Uniti.

L’USCIS ha aggiunto che verranno fatte eccezioni limitate per chi apporta un «beneficio economico» o svolge attività di «interesse nazionale», ma non ha precisato i criteri applicativi né i tempi di entrata in vigore.

Procedura e punti oscuri

Non è chiaro se i richiedenti dovranno rimanere fuori dagli Stati Uniti per tutta la durata dell’istruttoria o quali garanzie avranno per la riammissione in caso di esito positivo. Gli uffici dell’immigrazione non hanno emanato linee guida dettagliate sui passaggi amministrativi successivi e su come verranno gestite le pratiche già aperte. Questa vaghezza solleva dubbi pratici: ad esempio, cosa succede ai permessi di lavoro temporanei in scadenza e come verranno considerati i casi in cui il paese d’origine non rilascia visti di ritorno o pone impedimenti burocratici.

Chi sarà più colpito

La misura interessa gruppi diversi: studenti internazionali che ambiscono a restare dopo gli studi, lavoratori altamente specializzati, familiari di cittadini americani, rifugiati e anche richiedenti asilo il cui percorso amministrativo è in corso. Secondo avvocati nel settore, la novità potrebbe scoraggiare molte richieste legali di residenza e ridurre i flussi regolari di immigrazione. L’effetto atteso non è soltanto numerico: per molte famiglie la separazione temporanea e il rischio di non poter rientrare rappresentano un costo umano e logistico molto rilevante.

Implicazioni pratiche per i richiedenti

Per chi è in procinto di presentare domanda o ha già avviato la procedura, la nuova politica significa riorganizzare piani personali e professionali. Le organizzazioni che offrono assistenza legale hanno segnalato un aumento delle richieste di consulenza e timori legati alla possibilità di perdere opportunità di lavoro, borse di studio o trattamenti di protezione. Gli esperti avvertono che costringere i richiedenti a tornare nei paesi d’origine potrebbe anche rendere impossibile in molti casi il rientro, specie se il paese di provenienza ha restrizioni o se sussistono rischi per la persona.

Contesto politico e reazioni

La novità si inserisce in un quadro di misure adottate dall’amministrazione per limitare ingressi e semplificare criteri di esclusione: dalle sospensioni di visti a ritardi nelle procedure. Le organizzazioni non profit e gli studi legali hanno espresso forte preoccupazione, definendo la svolta come un possibile deterrente all’immigrazione legale. Alcuni avvocati hanno inoltre sottolineato la difficoltà di prevedere l’applicazione pratica della norma e l’eventualità di ricorsi giudiziari per contestarne aspetti costituzionali o regolamentari.

In conclusione, la decisione dell’USCIS comunicata il 22 e il 23 maggio 2026 rappresenta una cesura rispetto a procedure consolidate e apre scenari di incertezza per chi aspira a ottenere la residenza permanente negli Stati Uniti. Le prossime settimane saranno cruciali per capire dettagli operativi, possibili eccezioni e reazioni legali che potrebbero modificare o limitare l’applicazione della nuova politica.