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La riforma della Politica Agricola Comune (PAC) torna al centro del dibattito per il suo impatto sul sistema alimentare europeo. Scienziati e istituzioni pubbliche raccomandano di ridurre il consumo di carne per motivi ambientali e di salute. Tuttavia, i flussi finanziari pubblici continuano a premiare soprattutto gli allevamenti e il settore lattiero-caseario.
Perché la PAC favorisce carne e latte
Un’analisi della distribuzione dei fondi mette in luce una struttura di pagamenti che avvantaggia produzioni ad alta intensità di suolo e di input. Questa dinamica penalizza colture meno sostenute, come i legumi e la frutta a guscio. Le colture citate risultano essenziali per una dieta più sostenibile e per la sicurezza alimentare.
Dal punto di vista ESG, la coerenza tra obiettivi climatici e strumenti di politica agricola rimane debole. La sostenibilità è un business case che richiede incentivi mirati alle filiere a basso impatto. Senza aggiustamenti, le misure attuali possono ostacolare la transizione verso sistemi alimentari più resilienti.
Nei prossimi paragrafi saranno esaminati i dati chiave sull’allocazione dei fondi, i rischi per la sicurezza alimentare e le possibili leve politiche per riallineare la PAC agli obiettivi ambientali.
Numeri che raccontano una sproporzione
In continuità con il dibattito sulla Politica Agricola Comune, uno studio citato dall’organizzazione Foodrise e basato su ricerche dell’Università di Leida evidenzia forti squilibri negli stanziamenti pubblici. Per ogni euro destinato ai legumi sono stati assegnati 580 euro alla produzione di carne bovina e ovina. La carne suina ha ricevuto 240 volte i fondi indirizzati ai legumi. Il comparto lattiero-caseario ha incassato 554 volte quanto destinato a frutta a guscio e semi. Dal punto di vista ESG, tali differenze sollevano dubbi sulla coerenza tra obiettivi climatici e politiche di sostegno agricole, con possibili impatti sulla sicurezza alimentare e sulle strategie di transizione del settore.
Le dimensioni assolute delle risorse
In continuità con i dati precedenti, il confronto mostra una distribuzione fortemente sbilanciata. i settori della carne e del latte hanno beneficiato di circa 39 miliardi di euro. In confronto, frutta e verdura hanno ricevuto 3,6 miliardi e i cereali 2,4 miliardi. Questi importi indicano che il meccanismo di allocazione è strettamente legato alla superficie agricola e non a obiettivi climatici o sanitari.
Meccanismi che premiano il modello intensivo
La discrepanza nasce dal criterio dominante di ripartizione dei fondi. Il pagamento per ettaro avvantaggia attività che richiedono vaste estensioni di terreno. Ne traggono beneficio diretto e indiretto le filiere della carne e dei latticini, anche tramite la coltivazione di mangimi.
Dal punto di vista politico ed economico, il modello attuale riduce gli incentivi alla riduzione delle emissioni e all’adozione di pratiche agricole sostenibili. Le aziende che intendono riallocare produttività verso filiere a minore impatto incontrano barriere finanziarie strutturali. Un eventuale adeguamento dei criteri di ripartizione rappresenta uno sviluppo atteso per favorire la transizione del settore.
Costi nascosti e resistenze politiche
A seguire, lo studio evidenzia anche i cosiddetti costi sociali nascosti collegati alla filiera zootecnica. Tra questi figurano l’inquinamento delle acque, le emissioni di gas serra e impatti sanitari associati a diete ad alto contenuto di proteine animali.
Nonostante il dialogo pubblico, citato nella comunicazione della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, riconosca la necessità di ridurre il consumo di carne, la struttura dei pagamenti è rimasta sostanzialmente immutata. Il report attribuisce la persistenza dello schema di sostegno all’influenza di potenti lobby zootecniche che tutelano gli interessi del settore.
Dal punto di vista politico, La sostenibilità è un business case che richiede interventi coordinati tra politica, regolatori e imprese per modificare incentivi e politiche di sostegno.
Impatti politici e culturali della transizione alimentare
La transizione verso diete più vegetali genera tensioni politiche e culturali che incidono su linguaggi, mercati e interessi consolidati. Decisioni parlamentari recenti hanno limitato l’uso di termini come bistecca e hamburger per prodotti a base vegetale. La norma è stata interpretata come un freno all’espansione delle alternative proteiche, con ricadute sul posizionamento commerciale dei produttori e sul dibattito pubblico.
La riforma della PAC (Politica agricola comune) resta centrale per riallineare gli incentivi pubblici verso sistemi più sostenibili. Dal punto di vista ESG, la sostenibilità è un business case che richiede interventi coordinati tra politica, regolatori e imprese per modificare criteri di assegnazione e introdurre incentivi per i legumi e le colture diversificanti. Senza tali interventi, i flussi finanziari pubblici rischiano di consolidare pratiche agricole giudicate dagli esperti insostenibili; il prossimo ciclo di negoziati politici determinerà l’orientamento della spesa pubblica.
Proposte per un cambiamento praticabile
Gli studiosi propongono di condizionare i pagamenti a risultati misurabili in termini di benefici ambientali e salute pubblica. Suggeriscono pagamenti più selettivi per le pratiche a basso impatto, premi per la rotazione delle colture e incentivi alla produzione di proteine vegetali. Propongono inoltre di includere i costi esterni nelle valutazioni politiche per rendere comparabili le alternative e orientare la spesa pubblica verso obiettivi climatici e nutrizionali.
Dal punto di vista ESG, l’allineamento tra bilancio e obiettivi dichiarati richiede strumenti di monitoraggio e penalità per chi non adotta pratiche sostenibili. Senza interventi mirati, il sistema continuerà a favorire produzioni ad alta intensità di emissioni e a penalizzare chi promuove diete più sane e sostenibili; il prossimo ciclo di negoziati politici definirà l’orientamento della spesa pubblica.