La notte di Capodanno a Crans-Montana è stata segnata da una tragedia immane: un incendio a Le Constellation ha spezzato la vita di decine di giovani, tra cui Giovanni Tamburi, 16 anni. La vicenda ha scosso profondamente le famiglie e l’intera comunità, sollevando interrogativi sulle misure di sicurezza e lasciando dietro di sé un dolore inconsolabile.
Strage Crans-Montana, la mamma di Giovanni Tamburi e il ricordo di un figlio generoso
Carla Masiello ricorda Giovanni come un ragazzo dal cuore grande e sempre pronto ad aiutare gli altri. “Probabilmente è tornato indietro per aiutare qualcuno, perché era già all’inizio delle scale“, racconta a Zona Bianca, respingendo l’ipotesi secondo cui il figlio sarebbe tornato per recuperare un indumento: “Non è tornato indietro per una stupida giacca. Conoscendolo, lui è tornato indietro per aiutare ed è morto così, da martire“.
La madre descrive Giovanni come un giovane solare e altruista: “Era veramente un animo puro, sempre allegro, sorridente: un angelo sulla terra“. Ricorda con precisione le ultime ore prima della tragedia: “L’ho sentito prima che andasse a mangiare nello chalet. Poi è stato in un altro bar, quindi a Le Constellation. Lui è entrato un quarto d’ora prima dell’incendio: fosse stato un quarto d’ora dopo sarebbe ancora qua“.
Strage Crans-Montana, il dolore del papà di Giovanni Tamburi: “Con una vera uscita di sicurezza sarebbe ancora vivo”
Giuseppe Tamburi racconta al Corriere della Sera la perdita del figlio: “Eravamo insieme a Crans-Montana per le vacanze. Gli ho dato i soldi per la serata dell’ultimo dell’anno e poi l’ho rivisto quando non poteva più parlarmi“. La conferma del Dna ha reso reale l’incubo che temeva: Giovanni non ce l’ha fatta.
“Era il mio sole, io vivevo con lui e per lui anche perché è cresciuto con me“, racconta il papà, ricordando un rapporto speciale fatto di quotidianità e complicità. Il padre ricorda Giovanni come un ragazzo eccezionale: “Era un sogno, una luce, amato da tutti, empatico, presente, carino, simpatico. Andava benissimo a scuola e negli sport, giocava a calcio, a golf, andava in palestra, in moto. Diciamo che era il figlio ideale per un genitore, non avrei potuto desiderare di meglio“.
Giuseppe sottolinea anche l’assenza di adeguate misure di sicurezza nel locale: “Quello che mi lascia sbalordito è la mancanza di un’uscita di sicurezza. O meglio, c’era solo una porticina chiusa. Sarebbe bastato che chi ha fatto i controlli imponesse di allargarla per farla diventare una vera porta di sicurezza con l’apposita maniglia e non sarebbe morto nessuno“.