Lo Stretto di Hormuz è tornato al centro delle tensioni internazionali tra Stati Uniti e Iran, diventando il principale punto critico della crisi in corso. Tra minacce di chiusura, blocchi navali e negoziati sul nucleare ancora incerti, questa rotta strategica — fondamentale per il transito globale di petrolio e gas — si conferma un elemento decisivo negli equilibri geopolitici e nella stabilità energetica mondiale.
Guerra Iran: spiragli diplomatici e nuove geometrie negoziali
Dopo settimane di forte escalation seguite all’attacco del 28 febbraio, si apre uno scenario diplomatico ancora incerto ma in movimento. L’Iran annuncia la possibile riapertura dello Stretto di Hormuz, ma la condiziona esplicitamente alla fine del blocco navale statunitense sui propri porti.
In parallelo, Donald Trump sostiene che un’intesa sul nucleare sarebbe «molto vicino», ipotizzando il trasferimento dell’uranio arricchito negli Stati Uniti come parte dell’accordo.
Sul fronte negoziale si inserisce anche la Cina, disponibile — secondo un diplomatico citato da Associated Press — a prendere in custodia o ridurre l’arricchimento di circa 970 libbre (440 kg) di uranio iraniano.
Un’operazione che si collegherebbe al precedente del 2015, quando Teheran inviò grandi quantità di materiale in Russia nell’ambito del JCPOA. Washington, però, continua a mantenere una linea dura: Trump ha avvertito che il blocco dei porti iraniani resterà attivo senza un accordo di pace, aggiungendo che “potrei non estenderlo, ma il blocco continuerà“. Nel frattempo, lo scenario internazionale si articola anche su altri tavoli: a Parigi nasce una nuova Coalizione dei volenterosi a guida franco-britannica per garantire la sicurezza della navigazione, con il coinvolgimento previsto dell’Italia.
Parallelamente, gli Stati Uniti prorogano fino al 16 maggio la licenza per la vendita di oltre 100 milioni di barili di petrolio russo già caricati prima del 17 aprile. Sul piano politico interno americano, un sondaggio Politico evidenzia che solo il 38% degli americani sostiene il conflitto, mentre il 41% ritiene che Trump non abbia un piano chiaro.
Lo stretto di Hormuz di nuovo chiuso, navi costrette a fare inversione: cosa sta succedendo
Sul terreno la situazione resta estremamente volatile. Il comando militare iraniano ha annunciato più volte la chiusura e la riapertura parziale dello Stretto di Hormuz, in risposta alle misure statunitensi, mentre dati MarineTraffic riportati dalla BBC mostrano il transito di petroliere e navi cargo nel canale strategico. In alcuni momenti, Teheran ha dichiarato che “lo spazio aereo nell’Iran orientale è stato riaperto ai voli internazionali“, mentre altre aree restano soggette a riaperture graduali.
La tensione militare cresce anche sul mare: “Almeno due navi mercantili hanno dichiarato di essere state colpite da colpi d’arma da fuoco” durante il passaggio nello stretto di Hormuz. “Il comandante di una petroliera riferisce di essere stato avvicinato da 2 cannoniere delle Guardie Rivoluzionarie che hanno aperto il fuoco. La petroliera e l’equipaggio sono al sicuro. Le autorità stanno indagando“. Lo ha riferito in una nota la società britannica per la sicurezza marittima Ukmto. Una delle navi sarebbe una superpetroliera Vlcc con bandiera indiana che trasporta 2 milioni di barili di petrolio iracheno.
In parallelo, Teheran ha prima annunciato una riapertura parziale, poi l’ha annullata accusando Washington di non rispettare gli accordi. In questo contesto confuso, si alternano dichiarazioni contrastanti: da un lato il vice ministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh afferma che “Vogliamo che lo stretto di Hormuz resti aperto“, dall’altro esponenti militari parlano di ripristino del controllo totale e di possibile nuova chiusura.
Le minacce si intrecciano con la retorica militare: la leadership iraniana richiama la propria capacità offensiva e difensiva, mentre il Parlamento avverte che “Con il proseguimento del blocco, lo Stretto di Hormuz non rimarrà aperto“. Anche Russia e altri attori internazionali intervengono: Sergey Lavrov sostiene che uno degli obiettivi statunitensi sarebbe il controllo del flusso energetico attraverso lo stretto, mentre la Cina segnala disponibilità a mediare sul materiale nucleare. Le reazioni politiche globali si moltiplicano: Giorgia Meloni richiama la necessità di garantire la libertà di navigazione in un quadro “di instabilità che sta diventando la nostra normalità“, mentre Elly Schlein critica la mancanza di una strategia chiara e di un accordo di pace strutturato.
Sullo sfondo, la diplomazia resta aperta ma fragile, con nuovi colloqui previsti a Islamabad e una situazione definita da più fonti come «confusa» e in continua evoluzione. In questo scenario, tra aperture e chiusure improvvise, dichiarazioni contraddittorie e pressioni militari, lo Stretto di Hormuz si conferma il punto nevralgico di una crisi che intreccia energia, sicurezza globale e ridefinizione degli equilibri geopolitici.