La Banca centrale russa ha abbassato il tasso di riferimento al 15,5% nel primo incontro di politica monetaria dell’anno: una mossa che prosegue la serie di riduzioni avviata nell’anno precedente. Dalle carte ottenute emerge che l’istituto motiva il taglio con un miglioramento dei fondamentali macroeconomici, pur riconoscendo vincoli di bilancio e un contesto esterno ancora incerto.
Al centro delle valutazioni ci sono l’evoluzione dell’inflazione e le pressioni fiscali generate dalle recenti misure tributarie.
Quali prove emergono Il comunicato ufficiale collega il passo a segnali di stabilizzazione dell’attività economica. I documenti mostrano anche come, a gennaio, si sia registrato un rialzo temporaneo dei prezzi, collegato soprattutto all’aumento dell’IVA e all’estensione dell’obbligo tributario a alcune microimprese. La Banca centrale considera questi effetti transitori e compatibili con il ritorno a un percorso di crescita più equilibrata.
Condizioni per nuovi tagli La possibilità di ulteriori riduzioni del costo del credito è stata vincolata dall’andamento dell’inflazione. Le carte riportano un tasso del 6,3% al 9 febbraio, in calo su base annua, ma i responsabili della politica monetaria vedono ancora questi segnali come parziali: servono conferme prima di avviare una nuova sequenza di tagli. Il messaggio interno è stato letto dai mercati come un orientamento accomodante per il 2026, ma con la raccomandazione di attendere ulteriori dati.
Il recente contesto monetario Negli anni scorsi la Banca centrale ha adottato una politica molto rigida. A il tasso di riferimento aveva raggiunto il 21% per frenare spinte inflazionistiche aggravate da una spinta della spesa militare e da un mercato del lavoro teso. Quella stretta, secondo le nostre fonti, ha soffocato investimenti e rallentato la crescita. L’allentamento attuale mira quindi a sostenere l’attività produttiva senza rinunciare all’obiettivo di stabilità dei prezzi.
Crescita debole e conti pubblici sotto stress I verbali segnalano un rallentamento dell’economia: il presidente ha stimato una crescita del PIL di appena l’1% nel 2026. Contemporaneamente, le finanze pubbliche mostrano tensioni: a gennaio il deficit ha già raggiunto quasi la metà dell’obiettivo annuo fissato a 3,8 trilioni di rubli. Combinazione di tassi elevati e minore attività ha ridotto le entrate fiscali e spinto la spesa per attenuare gli effetti recessivi. Entrate energetiche deludenti Le entrate dal settore petrolifero e del gas sono risultate molto inferiori alle aspettative. A gennaio sono state registrate entrate per 393,3 miliardi di rubli, circa il 32% in meno rispetto al programma e la metà rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. La flessione viene attribuita a prezzi internazionali più bassi, agli sconti praticati sull’export russo e a un rublo più forte. Inoltre, in alcuni mercati chiave — per esempio l’India — la continuità delle vendite è incerta a causa di pressioni diplomatiche esterne. Finché prezzi e rapporti commerciali non si stabilizzeranno, il recupero delle entrate resterà fragile.
Coordinamento politico e dibattito interno La scelta di dare priorità alla stabilità dei prezzi è diventata una linea condivisa tra i vertici istituzionali: politiche monetarie restrittive e interventi fiscali sono stati coordinati per riportare l’inflazione su livelli ritenuti sostenibili. Ma questa strada non è indolore e ha scatenato un acceso dibattito politico. Da un lato ci sono tecnocrati e funzionari favorevoli alla rigidità per ancorare le aspettative; dall’altro, esponenti che denunciano i costi sulle finanze pubbliche e sui ritmi di ripresa.
Effetti sulla domanda e sui risparmi delle famiglie La priorità alla stabilità ha lasciato tracce concrete nella domanda interna: redditi reali che crescono poco e una maggiore propensione al risparmio precauzionale. Secondo le carte, una quota consistente del risparmio privato è rimasta parcheggiata sui depositi familiari: tra dicembre e dicembre i depositi sono quasi raddoppiati, segnale che molte risorse aggiuntive non si sono trasformate in consumi. Tale dinamica complica la valutazione dell’efficacia delle politiche e alimenta la tensione tra il bisogno di stabilità e le richieste di stimolo.
Scenari e dilemmi futuri Gli scenari macroeconomici in circolazione quantificano il trade-off tra stimolo e rischio inflazionistico. Le autorità temono gli effetti secondari di un allentamento prematuro — per esempio pressioni sui tassi reali e un peggioramento delle aspettative di mercato — ma sanno anche che mantenere tassi elevati comporta costi sociali e una crescita più lenta. Nei prossimi mesi le mosse dipenderanno dall’evoluzione delle entrate straordinarie, dall’andamento dei consumi, dalla liquidità e dall’esito delle negoziazioni commerciali esterne.
Chi decide e come I protagonisti del processo sono il governo, la Banca centrale e i vertici tecnocratici che elaborano le stime macro. Ai tavoli decisionali si confrontano proposte per alleggerire il carico sui conti pubblici e richiami alla priorità della stabilità dei prezzi. Anche analisti di mercato e istituzioni finanziarie esterne influenzano gli scenari considerati.
Cosa aspettarsi Per ora le autorità continueranno a osservare indicatori di consumo, inflazione e liquidità prima di modificare la rotta. Le future mosse potrebbero includere interventi mirati per ridurre il carico fiscale senza compromettere l’ancoraggio dei prezzi, ma tutto dipenderà da segnali concreti di contenimento dell’inflazione e dal riassestamento dei mercati energetici. La pubblicazione di nuovi scenari macroeconomici sarà il prossimo passo atteso e definirà i parametri di riferimento per tassi, bilancio e politiche settoriali. Prezzi dell’energia e pressioni esterne sulle esportazioni saranno due fattori chiave nel determinare le scelte economiche nei prossimi anni.