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Tinto Brass è morto: l’eredità del padrone dell’erotismo italiano

Tinto Brass è morto: l’eredità del padrone dell’erotismo italiano

Tinto Brass, 93enne, lascia un'eredità di film provocatori che hanno trasformato il culo in simbolo di libertà.

Giovanni “Tinto” Brass è venuto a mancare nella mattina del 4 novembre a Roma, all’età di novantatré anni. La notizia, comunicata dalla moglie Caterina Varzi e dai figli Bonifacio e Beatrice, ha scatenato una valanga di ricordi su un autore che ha fatto del censura un elemento quasi scenico del proprio lavoro. I funerali saranno riservati, in linea con la natura privata che ha sempre contraddistinto la sua vita pubblica.

Il suo nome è ormai indissolubilmente legato al cinema erotico italiano, un genere che Brass ha elevato a forma d’arte, scegliendo il fondoschiena come elemento ricorrente di riflessione culturale.

La vita di Giovanni Brass: dagli studi di diritto alle prime esperienze a Parigi

Nato a Milano il 26 marzo 1933, Brass trascorse gran parte della sua infanzia a Venezia, città che poi definì “culla della sua sensibilità visuale”.

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1957, la sua passione per il cinema lo spinse a trasferirsi a Parigi, dove entrò a far parte della Cinémathèque Française come archivista, lavorando fianco a fianco con Henri Langlois. In quegli anni incrociò i volti di Truffaut, Godard e Chabrol, assorbendo l’energia della Nouvelle Vague e approfondendo il montaggio sperimentale, esperienza che influenzerà profondamente la sua futura regia.

L’ascesa del cinema erotico negli anni ’70-90

Ritornato in Italia, Brass divenne assistente di Roberto Rossellini nei set di “India” e “Il generale Della Rovere” (1959). Il suo debutto alla regia avvenne nel 1963 con “Chi lavora è perduto”, un film di critica sociale subito al centro della censura per la sua denuncia dell’alienazione lavorativa. Negli anni successivi, opere come “Il disco volante” (1964) e “Yankee” (1966) dimostrarono il suo talento nel combinare satira e sperimentazione. Tuttavia è con “Salon Kitty” (1976) che il regista ottenne il suo primo grande successo di pubblico, inaugurando una fase caratterizzata da trame ambientate in epoche storiche ma permeate da scenari sessuali espliciti.

Le icone del fondoschiena: da Serena Grandi a Claudia Koll

Negli anni ottanta, Brass consolidò il suo marchio stilistico concentrandosi su figure femminili dal fondoschiena ampio e comunicativo. Film come “Miranda” (1980) con Serena Grandi, “Paprika” (1991) con Debora Caprioglio e “Così fan tutte” (1992) con Claudia Koll sono diventati punti di riferimento del suo percorso creativo. L’immagine del culo femminile, spesso inquadrata con la telecamera in movimenti geometrici, divenne una sorta di mantra visivo capace di sintetizzare la sua filosofia di libertà sessuale e di rottura dei tabù.

Le controversie legali e il rapporto con la censura

La carriera di Brass è stata segnata da continui scontri con le autorità: su 27 film realizzati, 26 sono stati oggetto di censura, con tagli obbligatori o divieti di distribuzione. L’unica eccezione è stata “La vacanza” (1971), premiata dalla giuria al Lido. L’autore stesso ha definito il suo approccio “grottesco, paradossale, duro, iperbolico e surreale”, evidenziando una rabbia beffarda verso le convenzioni morali, politiche e sociali del suo tempo.

L’eredità culturale e gli ultimi riconoscimenti

Nel 2022, il Centro Sperimentale di Cinematografia ha acquisito l’archivio personale di Brass, curato meticolosamente da Caterina Varzi, garantendo la preservazione di documenti, sceneggiature e materiale di montaggio. La sua opera è stata celebrata all’ultima Mostra di Venezia con la restaurazione in 4K di “Col cuore in gola” (1967), proiezione accompagnata da una lettura del suo messaggio finale sulla libertà artistica. Oltre al cinema, Brass ha firmato il libro Elogio del culo e ha collaborato con riviste come Penthouse, consolidando la sua immagine di artista anticonformista capace di trasformare il desiderio in arte senza compromessi.

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