La polizia penitenziaria, incaricata di garantire sicurezza e ordine all’interno delle carceri, si trova spesso al centro di episodi di violenza, sia come vittima sia come presunto autore di abusi. I recenti casi di Torino e Civitavecchia evidenziano le tensioni e i rischi connessi al lavoro quotidiano degli agenti, mettendo in luce la necessità di controlli rigorosi, formazione adeguata e condizioni operative.
Allarme sicurezza al carcere di Civitavecchia: aggressioni agli agenti
Mentre a Torino si conclude un processo per violenze, a Civitavecchia si registrano gravi episodi di aggressione ai danni della polizia penitenziaria. Venerdì 6 febbraio, in un solo giorno, due agenti sono stati colpiti dai detenuti: nel primo caso, nella sezione femminile, un’agente ha subito un’aggressione che le ha causato dieci giorni di prognosi; nel secondo, un agente è stato preso a calci alle ginocchia all’interno di un reparto a regime chiuso, con prognosi ancora riservata.
Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, ha denunciato la gravità della situazione, come riportato da Roma Today: “Due aggressioni in un solo giorno dovrebbero bastare da sole a far scattare un immediato intervento delle autorità competenti”. Tra le cause principali, Beneduci indica la cronica carenza di organico e turni massacranti, che superano le 12 ore consecutive, aumentando stress, affaticamento e rischio per la sicurezza.
Torino, sentenza choc per la Polizia Penitenziaria: sette agenti condannati in primo grado per tortura
Sette agenti della polizia penitenziaria sono stati condannati in primo grado per violenze ai danni di detenuti nel carcere torinese “Lorusso e Cutugno”, in episodi avvenuti tra il 2017 e il 2019. Sette di loro hanno ricevuto pene comprese tra 3 anni e 4 mesi e 2 anni e 8 mesi per il reato di tortura, mentre altri sei imputati sono stati assolti o prosciolti per prescrizione.
Durante il processo, secondo quanto ricordato dall’associazione Antigone, “una vittima era stata condotta in una stanza e colpita violentemente con schiaffi al volto e al collo e pugni sulla schiena. Poi costretto ad alta voce ad insultarsi e messo faccia al muro per circa 40 minuti, mentre a loro volta gli agenti lo insultavano”.
La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti. L’avvocato difensore di tre imputati, Antonio Genovese, ha dichiarato: “È una sentenza non condivisibile, il reato di tortura non è configurabile – mancano gli elementi costitutivi del reato”. D’altra parte, Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha sottolineato l’importanza della condanna: “Abbiamo voluto con forza il delitto di tortura, perché crediamo che questo serva in particolar modo alle forze dell’ordine, per riconoscere e isolare chi abusa del proprio ruolo e della divisa che indossa”. Le motivazioni della sentenza saranno pubblicate all’inizio di marzo.