Al termine della sesta settimana di conflitto iniziata il 28 febbraio, le delegazioni di Usa e Iran si sono incontrate a Islamabad in un ciclo di colloqui prolungato che non ha però portato a un’intesa conclusiva. I rappresentanti americani, guidati dal vicepresidente J.D. Vance, hanno descritto l’esito come privo di un impegno formale da parte di Teheran ad abbandonare la strada atomica, mentre gli iraniani hanno parlato di avanzamenti parziali ma di persistenti divergenze.
La fase negoziale si è svolta in un clima segnato da diffidenza reciproca e pressioni esterne che hanno complicato la ricerca di compromessi. Accanto al tema nucleare, il controllo e la sicurezza del Stretto di Hormuz sono rapidamente emersi come il principale punto di frattura, con implicazioni dirette sui flussi energetici globali e sulle rotte marittime.
Esiti e posizioni ufficiali
La delegazione americana ha reso noto che, dopo circa ventuno ore di trattative, non è stato possibile ottenere una garanzia definitiva sull’abbandono di qualsiasi programma nucleare da parte di Teheran. J.D. Vance ha dichiarato che gli Usa hanno presentato la loro “migliore offerta” e che avrebbe riportato il dossier a Washington, senza però annunciare concessioni finanziarie o lo sblocco di beni iraniani. Dal canto suo, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha ammesso progressi su alcuni punti, ma ha sottolineato che restano “due o tre temi importanti” non risolti.
La visione di Washington
Gli Stati Uniti hanno posto particolare enfasi sul nucleare e sulla necessità di impegni verificabili. La delegazione comprendeva figure di alto profilo, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff, a testimonianza dell’importanza strategica attribuita ai colloqui. I funzionari americani hanno anche smentito che vi sia stato uno sblocco di beni iraniani congelati, precisando che qualsiasi movimento su quel fronte richiede accordi chiari e misure di compliance.
La linea di Teheran
Per l’Iran la trattativa rappresenta un equilibrio tra tutela della sovranità e volontà di alleggerire l’isolamento economico. Il presidente Masoud Pezeshkian e gli altri esponenti iraniani hanno ribadito che la delegazione difende “con fermezza gli interessi del Paese” e che non cederà su punti ritenuti essenziali. Le agenzie di stampa iraniane hanno rilanciato la versione secondo cui le richieste statunitensi sarebbero state irragiocabili, contribuendo al clima di sfiducia.
Il nodo strategico: lo Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz è diventato il fulcro delle divergenze: l’Iran propone di mantenere un ruolo centrale nella gestione del passaggio marittimo e di applicare tasse di transito, mentre gli Usa hanno respinto soluzioni che lascerebbero il controllo esclusivamente a Teheran. Fonti internazionali hanno segnalato che la disponibilità dell’Iran a riaprire il traffico commerciale è condizionata alla bonifica delle mine navali e alla verifica delle attività militari nella regione.
Aspetti militari
Sul piano operativo, la presenza di unità navali americane e i ripetuti avvertimenti lanciati dalle forze iraniane hanno aggiunto tensione. Media e fonti ufficiali hanno riferito di episodi in cui navi militari si sono avvicinate allo stretto senza coordinamento, suscitando minacce di intervento e ritiro di alcuni vascelli. Questo scenario ha reso urgente trovare un “quadro comune” per evitare incidenti che potrebbero compromettere qualsiasi intesa diplomatica.
Implicazioni economiche
Lo Stretto veicola una quota significativa del commercio energetico globale: blocchi o limitazioni nella navigazione avrebbero conseguenze immediate sui prezzi e sulle rotte commerciali. Le dichiarazioni del presidente Donald Trump sulle rotte alternative e l’ipotesi di un riavvio del passaggio “con o senza la collaborazione dell’Iran” riflettono la pressione esercitata dagli attori internazionali per garantire stabilità agli approvvigionamenti.
Attori regionali e scenari futuri
Oltre ai due protagonisti, il Pakistan ha svolto un ruolo di mediatore ospitando i colloqui e facilitando scambi diretti che, seppur rari rispetto al passato, hanno permesso faccia a faccia tra delegazioni. Altri attori come Israele hanno esercitato pressioni esterne, secondo alcune fonti iraniane, mentre interlocuzioni bilaterali e multilaterali continuano a monitorare l’evoluzione.
Il destino dei negoziati dipenderà dalla capacità di tradurre le aperture in impegni verificabili, ridurre la sfiducia reciproca e gestire il rischio di escalation nello Stretto di Hormuz. Per ora, l’esito rimane incerto: le parti possono tornare al tavolo per nuove sessioni, ma molte questioni pratiche e politiche devono ancora essere risolte prima di poter parlare di una tregua duratura.