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Chi può attraversare lo Stretto di Hormuz: paesi autorizzati, trattative e sfide per una coalizione navale

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Il conflitto ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un punto di crisi: alcuni paesi hanno ottenuto il via libera, altri sono in trattativa e l'ipotesi di una coalizione navale appare complessa e rischiosa

Il Stretto di Hormuz è diventato uno degli epicentri della crisi marittima internazionale dopo gli attacchi e le contromisure legate alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Questa via d’acqua è strategica perché attraverso di essa passa circa un quinto del commercio petrolifero mondiale; quando Tehran ha annunciato restrizioni, la risposta dei mercati è stata immediata e violenta. Il 2 marzo un alto ufficiale dell’IRGC ha dichiarato che il passaggio poteva essere bloccato e che le forze iraniane avrebbero potuto colpire navi ritenute ostili, provocando una forte impennata dei prezzi del petrolio.

Di fronte a questa situazione, il governo iraniano ha però chiarito che il braccio militare decide caso per caso chi può transitare, aprendo a eccezioni per determinate bandiere e trattative bilaterali. Alcuni Paesi hanno ottenuto il permesso per specifiche navi, mentre altri hanno avviato contatti diplomatici nella speranza di garantire un passaggio sicuro per le proprie forniture energetiche. Nel frattempo, la proposta statunitense di costituire una coalizione navale per riaprire la rotta ha suscitato reazioni contrastanti tra alleati e partner commerciali.

Chi ha già ottenuto il via libera

Tra i casi confermati c’è la partenza di una petroliera con bandiera pakistana, l’Aframax chiamata Karachi, che ha attraversato lo Stretto dopo aver ricevuto il permesso dalle autorità iraniane. Anche l’India ha visto transitare almeno due navi indiane cariche di GPL dirette ai porti occidentali del paese; New Delhi dipende in larga misura da queste rotte per il rifornimento domestico. Un altro esempio è rappresentato da una nave con proprietà turca autorizzata a passare dopo negoziati tra Ankara e Tehran: era una delle quindici imbarcazioni turche in attesa nelle acque vicine. Questi casi illustrano come, nonostante la retorica di chiusura, Tehran sfrutti il controllo del canale per esercitare leva politica e commerciale.

Trattative in corso e richieste europee

Fonti diplomatiche hanno riportato che la Cina è impegnata in colloqui con l’Iran per ottenere corridoi protetti per il trasporto di greggio e per navi che trasportano GNL qatariota. Pechino riceve una quota significativa del suo petrolio tramite lo Stretto, e per questo esercita pressioni affinché vengano concesse esenzioni. Parallelamente, Francia e Italia avrebbero chiesto aperture di dialogo con Tehran per discutere il passaggio delle proprie navi, secondo indiscrezioni riportate da organi finanziari internazionali; anche questi scambi restano soggetti alla decisione militare iraniana e alla logistica dei permessi.

La proposta di una coalizione navale e i suoi limiti

Il presidente statunitense ha invitato Paesi come Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito a contribuire con navi da guerra per proteggere il traffico marittimo, immaginando un pattugliamento congiunto per garantire il passaggio sicuro. Nonostante l’appello, al momento nessuno dei principali citati ha annunciato l’invio di forze: Germania e Grecia hanno escluso un coinvolgimento militare, la Francia ha ribadito una postura difensiva e il Regno Unito ha espresso cautela. Anche Paesi dell’Asia orientale, pur preoccupati per le forniture energetiche, sono riluttanti a entrare in uno scontro diretto che potrebbe allargare il conflitto.

Ostacoli tecnici e strategici

Gli analisti evidenziano problemi concreti: al di là della volontà politica, una vera operazione congiunta incontra la sfida dell’interoperabilità—cioè la capacità di unità navali con diversi protocolli e dottrine di operare insieme—e la difficoltà di operare in uno spazio marittimo stretto e vicino alle coste iraniane, dove minacce asimmetriche come mine, droni e attacchi ravvicinati possono avere effetti devastanti. Fornire scorte armate alla navigazione aumenterebbe anche il rischio che navi di Paesi terzi vengano coinvolte nel conflitto, ampliando la crisi e complicando ogni tentativo di contenimento.

Effetti sui mercati e sulle rotte commerciali

Le restrizioni e gli attacchi a navi civili hanno già avuto ripercussioni significative sui prezzi: il Brent è salito oltre i cento dollari al barile rispetto ai livelli pre-crisi, con incrementi percentuali importanti in poche settimane. L’attacco del 11 marzo alla portacontainer thailandese Mayuree Naree è soltanto uno degli episodi che dimostrano quanto la navigazione nella zona sia diventata vulnerabile. Per i Paesi importatori ciò si traduce in pressioni economiche su carburanti e logistica, mentre per Tehran il controllo del canale rimane un potente strumento di pressione politica.

In assenza di un consenso internazionale per un’operazione militare coordinata, la via più probabile resta quella delle negoziazioni bilaterali, concedendo permessi di transito a navi selezionate e mantenendo la tensione come leva negoziale. La situazione rimane fluida: ogni nuova autorizzazione, ogni attacco o ogni rifiuto di partecipare a una coalizione modifica l’equilibrio strategico e l’impatto sui mercati globali.