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Cittadinanza italiana e permesso di soggiorno: quale livello di italiano serve e come ottenere la certificazione

Cittadinanza italiana e permesso di soggiorno: quale livello di italiano serve e come ottenere la certificazione

Ogni anno centinaia di migliaia di persone completano il percorso verso la cittadinanza italiana — oltre duecentomila concessioni nel solo 2023, secondo i dati Istat — e molte altre rinnovano o consolidano il proprio permesso di soggiorno.

In mezzo a moduli, marche da bollo e appuntamenti in questura, c’è un requisito che più di ogni altro decide i tempi della pratica e che troppi scoprono all’ultimo momento: la conoscenza certificata della lingua italiana. Non basta parlarla ogni giorno al lavoro o con i vicini: serve un attestato con un livello preciso, rilasciato dagli enti giusti. Vediamo cosa chiede davvero la legge, quali certificazioni valgono e come ci si prepara quando le giornate sono già piene.

Cosa chiede la legge: B1 per la cittadinanza, A2 per il lungo soggiorno

Per la cittadinanza italiana — sia per matrimonio sia per residenza — la soglia è il livello B1 del Quadro comune europeo: lo ha stabilito il decreto legge 113/2018, convertito nella legge 132/2018 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che ha modificato la storica legge 91 del 1992. Sono esonerati dal test coloro che hanno già in mano un titolo di studio italiano — la terza media, un diploma, una laurea — o che hanno sottoscritto e rispettato l’accordo di integrazione. Per il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, invece, la soglia è più bassa: il livello A2, dimostrabile con il test gratuito in prefettura oppure con una certificazione riconosciuta. La differenza tra i due gradini non è burocrazia: l’A2 chiede di cavarsela nelle situazioni quotidiane, il B1 di raccontare, spiegare e sostenere una conversazione articolata. È il salto che richiede preparazione vera.

Le certificazioni che valgono davvero

Non tutti gli attestati sono uguali davanti alla questura. Le certificazioni riconosciute sono quelle dei quattro enti ufficiali: la CILS dell’Università per Stranieri di Siena, il CELI dell’Università per Stranieri di Perugia, il PLIDA della Società Dante Alighieri e la certificazione dell’Università Roma Tre. Diversi enti prevedono una versione dell’esame pensata apposta per la cittadinanza, più snella di quella accademica, concentrata su ascolto, lettura e interazione. L’esame si svolge in sessioni periodiche presso le sedi convenzionate in Italia e all’estero, con un costo che in genere oscilla tra gli 80 e i 150 euro e iscrizioni che chiudono settimane prima della data: chi ha una pratica in scadenza fa bene a prenotare la sessione prima ancora di sentirsi pronto, e a usare l’attesa per prepararsi.

Il problema vero: prepararsi mentre si lavora

Ed è qui che la teoria incontra la vita. I corsi gratuiti dei CPIA, i centri pubblici per l’istruzione degli adulti, sono una risorsa preziosa ma hanno orari fissi e liste d’attesa che mal si conciliano con turni, cantieri e famiglie; le scuole private in presenza costano spesso quanto dieci sessioni d’esame. La terza via, scelta da un numero crescente di candidati, è la preparazione online: si studia la sera o nei ritagli, si riascolta la stessa lezione finché non è chiara, si arriva all’esame con il formato già visto. È un fenomeno che i numeri fotografano bene: su piattaforme italiane come Accademia Domani il corso di italiano per stranieri A1-A2 è diventato il più richiesto dell’intero catalogo, con oltre 240 iscrizioni dall’inizio dell’anno, tanto che l’offerta si è appena allargata con un percorso B1 costruito proprio sul formato delle prove richieste per la cittadinanza. Il vantaggio dell’online, per chi parte dall’italiano “di strada”, è sistematizzare quello che già si sa: la grammatica che mette ordine, il lessico delle situazioni formali, l’abitudine ad ascoltare voci diverse da quelle di tutti i giorni.

Cinque consigli prima dell’esame

Primo: scegliere subito ente e sede, perché le sessioni non sono infinite e le pratiche hanno scadenze. Secondo: allenarsi sul formato, non solo sulla lingua — le prove d’ascolto hanno tempi e meccaniche che vanno conosciuti prima, non scoperti al tavolo d’esame. Terzo: immergersi nell’italiano “ufficiale” ogni giorno, anche solo un telegiornale o una radio durante il tragitto, perché l’italiano del lavoro non sempre basta per quello dell’esame. Quarto: non ridursi all’ultimo mese — dal livello quotidiano al B1 servono in media alcuni mesi di studio costante, non una rincorsa. Quinto: controllare la validità dei documenti al momento del deposito della domanda, perché una certificazione perfetta allegata a una pratica sbagliata non salva nessuno.

La lingua, del resto, è l’unico requisito della cittadinanza che non si compra e non si aspetta: si costruisce. E chi la costruisce bene scopre di aver ottenuto molto più di un timbro — un ponte verso il lavoro, la scuola dei figli, la vita del Paese che ha scelto. L’esame, a quel punto, è solo la formalità che lo certifica.

 

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