Al 5 aprile 2026 lo Stretto di Hormuz non è più solo una via di passaggio: è diventato una leva strategica con effetti diretti sui mercati energetici e sulle relazioni internazionali. In pochi mesi, manovre militari, decisioni amministrative e nuovi sistemi di pagamento hanno trasformato il modo in cui le navi pianificano e ottengono il transito.
Questo riassetto interessa non soltanto armatori e compagnie petrolifere, ma anche istituzioni che dovrebbero garantire la libertà di navigazione prevista dal diritto marittimo internazionale.
Dalla fine di febbraio, dopo un’escalation che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran, il traffico nello stretto è precipitato: rapporti analitici indicano una riduzione superiore al 94% rispetto ai livelli pre-conflitto.
Centinaia di navi si sono trovate in attesa, molte ancorate in baie vicine, mentre alcune corse sono state autorizzate solo dopo verifiche stringenti. Tra i passaggi segnalati figura quello della portacontainer CMA CGM Kribi, transitata il 2 aprile 2026 su una rotta sorvegliata fra Larak e Qeshm, evento interpretato come segnale di una possibile via autorizzata per vettori ritenuti neutrali.
Il nuovo regime di transito
Le autorità iraniane hanno introdotto un sistema che combina controllo militare e requisiti amministrativi, descritto da alcuni come un vero e proprio toll booth marittimo. Le navi devono comunicare dati dettagliati su equipaggio, carico, proprietà e destinazione e interagire con intermediari collegati al IRGC per ottenere un codice di autorizzazione. I pedaggi applicati variano moltissimo: si parla di tariffe che partono da circa 1 dollaro per barile fino a cifre complessive nell’ordine dei milioni per singolo transito, a seconda della tipologia della nave e della sua origine.
Criteri e controlli
La selezione dei passaggi non si basa solo su parametri tecnici: la nazionalità dell’armatore e legami politici pesano nelle decisioni di autorizzazione. Navi di stati considerati «neutrali» o amici vengono spesso favorite, mentre quelle associate a Paesi percepiti come ostili subiscono ritardi o blocchi. Per ottenere il permesso alcuni operatori ricorrono a pratiche come la modifica delle dichiarazioni AIS o l’indicazione di proprietà riconducibili a Paesi terzi. Inoltre, un’inusuale quota significativa dei pagamenti non è in dollari ma in yuan o stablecoin, segnale di una strategia per aggirare sanzioni e promuovere una de-dollarizzazione parziale dei flussi energetici.
Impatto sui mercati e sul diritto marittimo
La compressione dei transiti ha effetti tangibili sui prezzi: i contratti Brent e WTI hanno registrato livelli sostenuti, mentre il mercato del gas e i prodotti raffinati hanno subito rialzi che si traducono in costi maggiori per carburanti, fertilizzanti e trasporti. Gli analisti avvertono che uno stallo prolungato potrebbe evolvere in una crisi di offerta con ripercussioni a catena sulle catene di approvvigionamento globali. Sul piano giuridico, le pratiche messe in atto sollevano contrasti con i principi sanciti dalla UNCLOS, che tutela la libertà di navigazione e il passaggio innocente attraverso gli stretti internazionali.
Reazioni degli organismi internazionali
Organismi come il GCC e l’IMO hanno espresso preoccupazione per possibili erosioni dei principi di apertura e neutralità delle vie marittime. La controversia riguarda non solo la legittimità dei pedaggi, ma anche la praticabilità delle rotte in tempo di conflitto, generando richieste di intervento multilaterale per preservare norme consolidate. Critiche sono state rivolte alla potenziale strumentalizzazione del controllo dei transiti come mezzo di pressione politica ed economica.
Risposte e dinamiche geopolitiche
Di fronte a questa nuova situazione, gli attori internazionali stanno calibrando risposte diverse: gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza navale per garantire corridoi sicuri, mentre l’Unione Europea preferisce soluzioni diplomatiche multilaterali. La Cina, partner commerciale dell’Iran, continua a privilegiare rotte approvate per i propri vettori e favorisce trattative per corridoi «semi ufficiali». Paesi come Giappone, India e Oman cercano opzioni alternative per proteggere le forniture energetiche e limitare il rischio di shock sui mercati.
Verso un modello di controllo permanente?
Il fenomeno suggerisce una possibile ristrutturazione delle regole di transito marittimo: la commistione tra leva militare, pressione economica e strumenti finanziari alternativi può trasformare uno stretto in una risorsa di potere sistemica. Se questa tendenza dovesse stabilizzarsi, ci troveremmo di fronte a un modello in cui il controllo delle rotte non è più una questione solo logistica ma un elemento centrale della strategia internazionale nel XXI secolo.