Sanremo 2026 racconta, più che rivoluzioni linguistiche, una mappa di abitudini e piccole sperimentazioni. I testi che arrivano sul palco mescolano parlato quotidiano e tentativi di approfondimento, confermando il festival come specchio del linguaggio contemporaneo e laboratorio di stiletti nuovi (ma non troppo).
La voce narrante prevalente è personale e diretta: quasi sempre c’è un “io” che si rivolge a un “tu”, reale o immaginato.
Su 30 brani esaminati, 28 usano questa forma di allocuzione: non è un caso se molte canzoni sembrano conversazioni condensate. Richiami come resta con me o vieni qui funzionano da ganci emotivi, rendono il testo immediatamente riconoscibile e ne facilitano la resa scenica.
Questa scelta porta a una sintassi essenziale: frasi brevi, coordinazioni nette e molta paratassi dominano i versi. Il ritmo che ne scaturisce è frammentato, quasi parlato, pensato per colpire subito. Di tanto in tanto però emergono costruzioni più articolate, subordinate e periodi che cercano di stratificare il racconto; è proprio il dialogo fra semplicità e complessità a dare ai testi qualche sfumatura in più.
Per chi lavora sul testo, un metodo pratico è mettere a confronto le porzioni paratattiche con le sequenze più espressive e contare le ripetizioni: così si capisce meglio come la forma incida sull’effetto emotivo. Alternare frasi corte e più lunghe aiuta a gestire l’attenzione dell’ascoltatore e a enfatizzare i ritornelli.
Sul piano del lessico prevalgono parole legate all’emozione: amore, dolore, insicurezza ricorrono spesso. Le immagini retoriche restano strumenti efficaci per condensare sensazioni complesse in scorci facilmente memorizzabili — basti pensare a metafore come la strada che diventa una giungla o immagini quotidiane come la polvere sui mobili. Le espressioni sintetiche lasciano spazio all’immagine, amplificando l’impatto.
I prestiti linguistici dal mondo digitale e anglofono sono ormai naturali: password, post, like o starter pack entrano facilmente nei testi, insieme a qualche parola spagnola o francese quando serve un colore internazionale. L’oralità è un altro tratto distintivo: diminutivi, intercalari e forme colloquiali ancorano i brani alla lingua parlata e ne aumentano la credibilità.
A livello morfologico emergono scelte tipiche dello scritto che imita la voce: forme tronche, ’sto, costruzioni come “a me mi” e inversioni pronominali compaiono con intento pragmatico. Il congiuntivo si fa più rarefatto rispetto all’indicativo: scelta che privilegia chiarezza e immediatezza piuttosto che sfumature ipotetiche. Le tracce dialettali non sono dominanti, ma quando affiorano — per esempio dettagli napoletani — servono a definire identità e territori sonori.
Infine, oltre alle storie d’amore, non mancano testi che si avvicinano alla satira o affrontano temi sociali: ironie sugli influencer, critiche al mondo patinato, appelli collettivi. Le citazioni esplicite, da brani celebri o riferimenti culturali noti, funzionano come punti di ancoraggio: bastano poche parole perché l’ascoltatore ricolli il pezzo a un contesto più ampio. È una scena dove la semplicità comunica, le immagini restano, e i segni di sperimentazione rimangono dosati e funzionali.