Chissà se i monaci nel Cinquecento avrebbero mai immaginato che, un giorno, il loro monastero sarebbe diventato luogo di studio per giovani universitari? Il destino di questo luogo – siamo a Catania, nel Monastero di San Nicola, costruito sul colle dove i greci fondarono Katane – è profondamente intrecciato alla storia della città etnea, segnata da distruzioni e rinascite che ne scandiscono il tempo.
Prima l’eruzione dell’Etna del 1669, poi il devastante terremoto del 1693: come Catania, anche il Monastero dei Benedettini è un luogo in perpetua trasformazione, una vera e propria “città continua”, per usare l’espressione richiamata nel progetto di candidatura di Catania a Capitale italiana della Cultura 2028.
Le origini del Monastero.
I monaci, che vivevano a Nicolosi, ai piedi dell’Etna, sentendosi minacciati dalla lava, chiesero al Senato cittadino di poter costruire un edificio all’interno delle mura di Catania. Nacque così nel XVI Secolo il Monastero, la cui storia fu però fin da subito complessa e travagliata. Quasi completamente distrutto dal sisma di fine Seicento – solo 13 dei 50 monaci presenti riuscirono a salvarsi – l’edificio venne ricostruito su progetto dell’architetto messinese Antonino Amato, che immaginò un complesso ispirato alla monumentalità e allo sfarzo dei palazzi reali dell’epoca.

Lo scalone d’ingresso e il tempietto con maioliche.
Ancora oggi, varcando l’ingresso, si resta colpiti dall’imponenza dell’architettura e dalla perfezione delle geometrie: rampe in marmo di Carrara, stucchi e decorazioni neoclassiche raccontano la ricchezza e l’eleganza di un’epoca. Il vasto complesso, oggi sede del Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, conserva due dei quattro chiostri previsti nel progetto originario. Al centro di uno di essi sorge un tempietto dorico rivestito di maioliche, dove un tempo i monaci si concedevano momenti di ristoro, sorseggiando caffè o cioccolata.

Il patrimonio del Monastero e le famiglie nobiliari.
I benedettini provenivano per lo più da famiglie facoltose. Le proprietà passavano al primogenito maschio, mentre gli altri figli intraprendevano la carriera militare o religiosa. In questo modo, il patrimonio del Monastero crebbe costantemente e questo luogo si trasformò in uno dei complessi benedettini più grandi e opulenti d’Europa: circa 100 mila metri quadrati nel periodo di massimo splendore e una rendita annua di 31.000 onze, pari oggi a circa 15 milioni di euro.

La Biblioteca del Vaccarini.
Con il tempo, i monaci – che abitavano in 97 celle – chiesero all’architetto Giovan Battista Vaccarini di ampliare il complesso e realizzare una Biblioteca, oggi gestita dal Comune di Catania. Costruita nel Settecento e impreziosita da un magnifico pavimento in maiolica, la Biblioteca custodisce circa 280 mila volumi, sacri e profani, tra cui la preziosa Bibbia di Pietro Cavallini.
Il ruolo di Officine Culturali.
Grazie ad Officine Culturali, associazione che opera in partnership con l’Ateneo catanese e cura anche la fruizione turistica del Monastero, oggi è possibile ammirare questo luogo meraviglioso, a partire dal giardino, i lunghi corridoi affacciati sulle celle dei monaci e le sale interne. Insieme alla guida, visitiamo persino l’area degli scavi archeologici e scendiamo nelle cucine del Monastero: tra gli angoli della grande sala, si notano ancora le botole utilizzate per il passaggio di merci e alimenti dalla dispensa sotterranea. Tutto assomiglia più ad una reggia che ad un luogo di clausura. Il motto “Ora et labora” resta scritto sulla carta. Qui, più che l’austerità, colpiscono la ricchezza e l’eleganza.
Oggi, come allora, la cultura è l’anima di questo spazio straordinario e se il Monastero sta vivendo una nuova stagione di rinascita, è merito dell’impegno dei giovani di Officine Culturali, che lavorano per trasformarlo in un bene comune, aperto, inclusivo. Proprio come Catania, una “città continua”, che non si ferma mai.
