Dopo l’arresto cardiaco del dicembre 2024, Edoardo Bove ha attraversato mesi di cure e riabilitazione, segnati dall’impianto di un defibrillatore sottocutaneo. Oggi, il centrocampista del Watford ha ritrovato serenità e fiducia nel proprio corpo, raccontando come la tecnologia medica e il sostegno delle persone intorno a lui lo abbiano aiutato a trasformare una prova difficile in una vera seconda possibilità, dentro e fuori dal campo.
Ecco come sta.
Rinascita e nuove prospettive per Edoardo Bove
La carriera di Edoardo Bove riparte da una tappa difficile ma fondamentale, con lo sguardo rivolto al futuro. Dopo l’arresto cardiaco subito nel dicembre 2024 durante Fiorentina-Inter, il centrocampista ha attraversato mesi segnati da cure mediche, riabilitazione e un profondo confronto con il proprio corpo. L’impianto di un defibrillatore sottocutaneo ha rappresentato un punto di svolta, imponendo una pausa forzata che si è trasformata in riflessione: “L’ultimo anno è stato molto difficile, ma mi ha portato a una nuova consapevolezza“, racconta Bove al Corriere della Sera.
Oggi, con la maglia del Watford, quella fase appartiene al passato: la scelta inglese non è un ripiego, ma una sfida autentica, un’opportunità di crescita personale e professionale. Il sostegno umano ha avuto un ruolo centrale in questa ripartenza. La squadra inglese è stata accolta come una famiglia, grazie anche alla presenza di figure italiane chiave, come il proprietario Gino Pozzo e il direttore tecnico Gianluca Nani, che lo seguono con cura paterna: “Nani mi tratta come un figlio, o un fratello minore“. Questo ambiente ha permesso a Bove di ritrovare equilibrio emotivo e sicurezza, elementi fondamentali per tornare a sentirsi calciatore prima ancora che atleta.
“Il defibrillatore si sente al tocco”, come sta Edoardo Bove?
Il ritorno all’attività è stato graduale e psicologicamente complesso. La ripresa della corsa, iniziata mesi dopo l’intervento, riportava costantemente alla mente l’episodio subito: il battito accelerato, la paura latente, la necessità di abituarsi a un corpo cambiato. Oggi, il defibrillatore è diventato parte di sé: “Si sente al tocco, senza la maglietta si vede, ma non mi dà alcun problema. È come un telefono, un po’ più piccolo, tra le costole e la pelle“.
Bove sottolinea la fortuna di aver affrontato il problema all’età giusta: “Non ero troppo giovane per capire cosa mi stava succedendo o troppo anziano per ricominciare“. Dopo il confronto con diversi specialisti, la decisione di tornare a giocare è stata ponderata e sicura, con controlli costanti e attenzione. Quella che oggi vive è una vera seconda possibilità, che va oltre il calcio: “È una seconda chance con la vita, non solo col calcio“.
In campo, il Watford diventa il simbolo di una rinascita, dove prudenza, ambizione e accettazione si intrecciano, dimostrando che la fragilità può essere trasformata in forza.