Un dipendente di 50 anni, affetto da sclerosi multipla, è stato licenziato dopo che era stato beccato a giocare a calcetto in malattia. Il Tribunale però ha ora stabilito che il licenziamento è ingiustificato. Ma ecco tutti i dettagli della vicenda.
Dipendente con la sclerosi multipla gioca a calcetto in malattia, viene pedinato e licenziato
Come riporta il Corriere della Sera, un dipendente 50enne di un’azienda metalmeccanica in provincia di Bergamo, è stato licenziato dopo che un investigatore privato, incaricato dalla stessa azienda, lo aveva visto mentre giocava a calcetto durante alcuni giorni di malattia. Nel 2023 il 50enne aveva ricevuto una diagnosi di sospetta sclerosi multipla, poi confermata dagli accertamenti, ed era seguito anche per una sintomatologia ansiosa, aveva infatti iniziato anche un percorso psicologico, con i terapeuti che gli avevano consigliato di non isolarsi e di continuare a praticare le attività che lo facevano stare bene.
Inizialmente l’azienda, dopo aver saputo tramite investigatore della partita a calcetto, lo ha sospeso per due giorni nel dicembre del 2023, senza retribuzione. Il 14 marzo 2024 è invece arrivato il licenziamento per giusta causa. Tra gli episodi contestati appunto c’erano le partite giocate il 6, il 13 e il 20 febbraio, durante i periodi di malattia.
Al dipendente era stato inoltre contestato di avere lasciato il posto di lavoro nel pomeriggio del 16 febbraio. In seguito al licenziamento, l’uomo ha impugnato il provvedimento.
Dipendente con la sclerosi multipla gioca a calcetto in malattia, viene pedinato e licenziato: ora però va risarcito
Sempre stando a quanto riporta il Corriere della Sera, Il Tribunale ha ritenuto il licenziamento non giustificato e ha riconosciuto al lavoratore un risarcimento pari a dodici mensilità da 6mila euro lordi ciascuna, senza disporne il reintegro. Il Tribunale ha dato infatti ragione al 50enne, ritenendo che giocare a calcetto nel corso della malattia non costituisse, in questo caso, una violazione tale da giustificare il licenziamento. Secondo la giudice Bertoncini, fare sport durante la malattia può configurare una colpa grave se aggrava la patologia o risulta incompatibile a essa. Il perito nominato ha escluso entrambe le cose, evidenziando anche i benefici dello sport per alcune patologie. Diversa, invece, la valutazione sull’episodio del 16 febbraio, quando il lavoratore aveva lasciato il posto di lavoro nel pomeriggio. Il 50enne aveva spiegato di essersi assenato a causa di un crollo psicologico, ma la giudice ha ritenuto che il fatto contestato sussistesse. Per questo motivo non ha disposto il reintegro, pur escludendo che l’episodio fosse abbastanza grave da giustificare il licenziamento. L’uomo ha quindi ottenuto un risarcimento pari a dodici mensilità da 6mila euro lordi ciascuna.
