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Email del Dipartimento di Giustizia rivelano legami tra missione israeliana e Jeffrey Epstein
La pubblicazione di una serie di email del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha messo in luce un rapporto operativo tra la missione permanente di Israele all’Onu e lo staff del finanziere condannato Jeffrey Epstein. Le comunicazioni documentano la pianificazione e l’installazione di apparecchiature di sorveglianza e il controllo degli accessi in un immobile di Manhattan, al civico 301 East 66th Street.
L’edificio risulta essere stato usato ripetutamente dall’ex primo ministro Ehud Barak.
Come si sviluppò la collaborazione
L’edificio risultava già essere stato utilizzato dall’ex primo ministro Ehud Barak. Le nuove email descrivono la fase operativa successiva.
Secondo la corrispondenza, le interazioni iniziarono nei primi mesi del 2016 e proseguirono per almeno due anni. Funzionari della missione israeliana e i collaboratori di Epstein si scambiarono comunicazioni regolari. Le email documentano istruzioni e accordi per coordinare ingressi, servizi di pulizia e visite.
Il rapporto indica che l’appartamento, formalmente intestato a una società collegata al fratello di Epstein, Mark Epstein, era di fatto gestito da Jeffrey Epstein. L’unità veniva messa a disposizione di vari ospiti e contatti, secondo quanto risulta dalla corrispondenza esaminata.
Le email fanno parte del materiale analizzato nel dossier presentato alle autorità competenti. Il documento contribuisce a chiarire modalità e frequenza degli scambi tra le parti coinvolte.
Ruolo dei responsabili della sicurezza
Il documento documenta il ruolo centrale di Rafi Shlomo, indicato come direttore dei servizi di protezione presso la missione israeliana all’ONU e responsabile della scorta di Barak. Le email mostrano che Shlomo coordinò l’accesso all’appartamento e le verifiche sul personale, comprese le addette alle pulizie.
In diversi scambi Shlomo fissò incontri con membri dello staff di Epstein per definire interventi tecnici e procedure operative. Le comunicazioni contengono dettagli sulle misure di controllo degli accessi e sulle modalità di verifica delle persone autorizzate a entrare, contribuendo a chiarire frequenza e natura degli scambi tra le parti.
Installazioni e autorizzazioni tecniche
Il documento prosegue descrivendo le modifiche necessarie per l’installazione di un sistema di sorveglianza, in continuità con la ricostruzione sulle modalità di accesso all’immobile.
La corrispondenza dettaglia l’installazione di allarmi, sensori alle finestre e la possibilità di controllare da remoto l’apertura e la chiusura degli accessi. Le comunicazioni indicano inoltre procedure per la verifica delle persone autorizzate a entrare, utili a chiarire frequenza e natura degli scambi tra le parti.
In una email datata, la moglie di Barak, Nili Priell, riferì a un’assistente di Epstein la presenza di sei sensori applicati alle finestre e menzionò la funzione di neutralizzazione a distanza del sistema, ossia la possibilità di disattivare i sensori e i dispositivi di allarme tramite controllo remoto.
Il consenso di Epstein
Le comunicazioni mostrano che Epstein autorizzò le opere necessarie per l’installazione. Lo staff fu rassicurato sull’intervento negli interni con una frase che indicava il consenso del proprietario a forare le pareti.
Quel permesso risultava indispensabile perché le modifiche richiedevano accesso alle strutture e l’autorizzazione del controllore effettivo dell’immobile. La documentazione evidenzia quindi un coinvolgimento diretto nella fase operativa degli impianti di sorveglianza.
Persone coinvolte e implicazioni politiche
In continuità con la documentazione sulla sorveglianza, le email citano la presenza di Lesley Groff, assistente di lunga data di Epstein, e riportano il nome di Yoni Koren, collaboratore storico di Barak. I messaggi indicano che Koren soggiornò ripetutamente nell’appartamento, anche durante il periodo in cui ricopriva incarichi presso il Ministero della Difesa israeliano.
I documenti sollevano interrogativi sulla possibile sovrapposizione tra rapporti personali e funzioni pubbliche. Tale elemento potrebbe configurare, secondo gli analisti, un potenziale conflitto di interessi o questioni di trasparenza amministrativa, senza tuttavia costituire di per sé una prova di illecito.
Al momento la pubblicazione degli scambi non è accompagnata da dichiarazioni ufficiali delle persone coinvolte. Le successive fasi delle indagini e l’eventuale accesso a documentazione integrativa determineranno ulteriori sviluppi sul piano politico e giudiziario.
Dopo le rivelazioni, le ripercussioni politiche in Israele si sono intensificate.
Benjamin Netanyahu ha sfruttato i documenti per attaccare Barak, sostenendo che il rapporto con Epstein non dimostra legami statali ma mette in luce una responsabilità personale dell’ex leader.
Barak ha cercato di ridimensionare le accuse. Ha negato di aver ricevuto finanziamenti dal finanziere e ha affermato di essere venuto a conoscenza solo in seguito dell’entità dei reati attribuiti a Epstein.
Le successive fasi dell’inchiesta e l’accesso a eventuale documentazione integrativa potrebbero chiarire le responsabilità e determinare sviluppi sia sul piano politico sia su quello giudiziario.
Collegamenti finanziari e relazioni estese
I documenti emersi nel fascicolo mostrano che il sostegno economico del magnate si è esteso oltre donazioni private. Le carte indicano contributi a organizzazioni israeliane e contatti con strutture riconducibili a servizi di intelligence.
Le informazioni raccolte sollevano interrogativi sulle reti che ruotavano attorno a Epstein e sulla natura dei rapporti con enti pubblici e privati. Parte del materiale evidenzia finanziamenti indirizzati ad associazioni con finalità militari o paramilitari e relazioni con attori istituzionali esterni alla cerchia ristretta dell’appartamento di Manhattan.
Le email rilascate dal Dipartimento di Giustizia rappresentano una fonte centrale per ricostruire i legami finanziari e operativi. Ulteriori accertamenti e documentazione integrativa potrebbero chiarire responsabilità e determinare sviluppi sul piano politico e giudiziario.
Perché la documentazione è rilevante
La pubblicazione dei documenti chiarisce i dettagli operativi sull’installazione di sistemi di sorveglianza e mette in luce potenziali responsabilità. Le carte descrivono chi ha autorizzato gli interventi, dove sono stati effettuati e le modalità di finanziamento.
La diffusione delle comunicazioni consente inoltre di esaminare le connessioni tra la messa a disposizione di servizi di sicurezza e le relazioni personali instaurate dall’interessato con soggetti sotto accusa penale. In assenza di commenti ufficiali da parte dei protagonisti, il materiale viene analizzato da inchieste giornalistiche e controlli istituzionali.
Il seguito delle verifiche e la documentazione integrativa potranno chiarire i confini tra tutela della sicurezza e rapporti privati, e determinare eventuali sviluppi sul piano politico e giudiziario.