Negli ultimi giorni il curling è rientrato nelle conversazioni. Capita decisamente più di prima, è vero e a dirla tutta ogni Olimpiade invernale riporta in superficie questo sport un po’ enigmatico. Ma con Milano-Cortina 2026 all’orizzonte il fenomeno è ancora diverso, forse più intenso.
Oltre l’effetto Olimpiadi: perché il curling in Italia è cambiato
Il bronzo nel doppio misto conquistato da Amos Mosaner e Stefania Constantini, arrivato dopo la vittoria contro il Regno Unito, ha riacceso un entusiasmo che non sembra destinato a spegnersi nel giro di qualche settimana. Non è stato un fuoco di paglia. Non più.
Fino a pochi anni fa il curling riaffiorava nel dibattito pubblico in Italia ogni quattro anni. Poi spariva. Silenzio. Oggi invece è diventato quasi un oggetto di culto. Anche mediatico, va detto. Il perchè? È l’esatto contrario dello sport muscolare a cui siamo abituati. Qui non vince chi corre più forte, no, vince chi pensa meglio. Chi sa aspettare, chi costruisce, lentamente e strategicamente mossa dopo mossa.
Non a caso viene definito gli “scacchi sul ghiaccio”, una bellissima definizione che sicuramente restituisce in parte la complessità di questo sport per molti ancora così “sconosciuto”. Ogni end è una partita nella partita e ogni lancio è una scelta strategica. A volte si rinuncia a un punto per prepararne tre più avanti. Si difende una posizione. Si studia l’avversario. È un gioco di visione lunga, quasi ostinata. E il pubblico, sorprendentemente, resta.
Quali sono le origini di questo sport? Le origini affondano nella Scozia di molti secoli fa, naturalmente sui laghi ghiacciati… Uno degli sport organizzati più antichi ancora praticati. Dalla Scozia il salto verso il Canada è stato quasi naturale: lì è diventato addirittura parte dell’identità nazionale. Il riconoscimento olimpico ufficiale, però, è arrivato solo nel 1998, a Nagano. Decisamente tardi, se si pensa alla sua storia.
Milano-Cortina 2026 e l’effetto Pechino: perché il curling in Italia cresce ancora
In Italia il curling era entrato nelle case già con Torino 2006 sì ma era rimasto una semplice curiosità per molti. Un siparietto tra sci e pattinaggio. Lo spartiacque vero è stato l’oro olimpico di Stefania Constantini e Amos Mosaner a Pechino 2022. Da lì qualcosa è cambiato sicuramente… la percezione pubblica, prima di tutto.
Dopo quell’oro sono aumentati i tesserati. I club. L’attenzione televisiva. Non è solo entusiasmo social, anche se i meme e le clip virali hanno fatto la loro parte. Il ghiaccio è diventato improvvisamente familiare. Le scope — spesso oggetto di ironia — hanno smesso di essere un dettaglio folkloristico.
E no, non “spazzano” il ghiaccio come si pensa. Lo scaldano. Modificano traiettoria e velocità della pietra. Un dettaglio tecnico che cambia tutto. Il margine d’errore è minimo. E una scelta sbagliata può presentare il conto diversi lanci dopo. Non subito. Dopo. È questo che crea tensione.
Le potenze restano Canada, Scozia, Svezia, Svizzera e Norvegia. Ma l’Italia si è ritagliata uno spazio solido, soprattutto nel doppio misto. Titoli mondiali e olimpici hanno dato credibilità internzionale. E interna.
L’elemento che poi colpisce di più in assoluto, almeno per chi lo guarda per la prima volta, è senza dubbio il fair play. L’arbitro ha un ruolo marginale. Gli atleti si autoregolano, segnalano eventuali infrazioni. In un’epoca sportiva segnata da proteste continue, questo codice etico sembra quasi fuori tempo. E forse proprio per questo affascina.
Il successo del curling racconta qualcosa di più ampio. Una voglia di competizioni meno urlate. Meno muscolari. Più mentali. Nel curling, alla fine, contano testa, tempo e precisione. E forse è per questo che, vedremo con molta probabilità, crescere l’interesse di questo sport nel tempo.