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Ex Ilva e la cassa integrazione: il rogo e la crisi produttiva che minacciano il futuro dello stabilimento

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La situazione dell'ex Ilva peggiora: la richiesta di cassa integrazione coinvolge migliaia di lavoratori a Taranto, mentre la crisi produttiva continua a minacciare il futuro dello stabilimento.

L’ex Ilva di Taranto, colosso siderurgico italiano, sta attraversando una crisi che rischia di farla sprofondare. L’incendio del 7 maggio ha messo in ginocchio la produzione e, con essa, l’intero stabilimento. La cassa integrazione è diventata l’unica soluzione. Ma fino a quando?

Ex Ilva cassa integrazione: la Procura blocca l’altoforno 1

L’incidente che ha colpito lo stabilimento ex Ilva di Taranto lo scorso 7 maggio, ha creato un danno irreparabile all’altoforno 1.

A seguito dell’incendio, la Procura ha disposto il sequestro probatorio, con divieto di utilizzo. L’azienda non ha esitato a denunciare il ritardo dei permessi per gli interventi di messa in sicurezza, accusando la magistratura di aver agito troppo tardi. Secondo Acciaierie d’Italia, i lavori dovevano partire subito, ma sono iniziati solo il lunedì successivo. Inutile dire che il danno è ormai fatto.

La produzione di acciaio è crollata, e l’obiettivo di produrre 4 milioni di tonnellate nel 2025 è ormai un sogno irrealizzabile. A farne le spese sono, come sempre, i lavoratori: 3.926 persone in cassa integrazione, metà dei quali a Taranto. E mentre il ministro Urso giustifica i ritardi, i sindacati alzano la voce: “Senza un piano di rilancio, questa azienda fallirà”.

Ex Ilva cassa integrazione: la trattativa con Baku Steel si congela

Nel bel mezzo della crisi produttiva, la trattativa con Baku Steel – l’ultima speranza per rilanciare l’impianto – sembra essersi arenata. I commissari di AdI stanno cercando alternative, ma l’incidente e il sequestro dell’altoforno hanno messo in crisi anche gli investitori. Baku Steel, che a febbraio sembrava pronta a subentrare, sta valutando di ritirarsi. Nel frattempo, i contatti con il gigante cinese Baosteel non sembrano dare garanzie concrete.

Michele De Palma della Fiom non nasconde la gravità della situazione: “O si investe, o non solo l’occupazione, ma tutta l’industria metalmeccanica italiana è a rischio”. Il tempo stringe, e la speranza di un futuro per l’ex Ilva si riduce ogni giorno di più. Il ministro Urso, pur cercando di mantenere un tono ottimista, sa che la strada è tutta in salita.