La situazione dell’ex Ilva di Taranto si fa sempre più critica. La Corte d’Appello civile di Milano ha infatti confermato il provvedimento che dispone il blocco dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico entro il 28 ottobre. Una decisione che potrebbe avere conseguenze drammatiche per i 20.000 lavoratori coinvolti e per l’intero indotto.
Il blocco dell’area a caldo e le conseguenze per i lavoratori
Il provvedimento, inizialmente disposto a fine luglio è stato confermato dai giudici milanesi che hanno respinto l’istanza di sospensiva presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell’Ilva in Amministrazione Straordinaria. La decisione è stata accolta con preoccupazione dai sindacati, che temono per il futuro di migliaia di lavoratori.
La vera data critica, tuttavia, è il 16 settembre quando è previsto l’inizio del raffreddamento naturale dell’altoforno. Un processo che, secondo gli esperti, provocherebbe danni gravissimi e irreversibili allo stabilimento. L’avvocato Ascanio Amenduni uno dei legali dei cittadini di Taranto che hanno ottenuto lo stop dell’area a caldo, ha dichiarato: “Penso che i giudici decideranno prima del 15 settembre perché il giorno dopo, da quanto ha spiegato l’impresa, se si spegnerà il bottone delle attività dell’area a caldo non si potrà più tornare indietro.”
Licenziamenti e tensioni sociali
La situazione è ulteriormente complicata dall’annuncio di una procedura di licenziamento collettivo per 2.500 lavoratori delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva. Il governo ha raggiunto un’intesa temporanea con gli imprenditori per la sospensione delle lettere di licenziamento, ma la tensione rimane alta.
L’Associazione Imprese Indotto ex Ilva ha dichiarato: “All’esito della sentenza cadranno tutti gli alibi e sarà indispensabile procedere senza rinvii per il futuro di migliaia di lavoratori e delle aziende dell’indotto. Le risorse già disponibili per il forno elettrico e l’impianto DRI devono essere messe subito a disposizione: non è più tempo di attese.”
I sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno espresso preoccupazione per la mancanza di una concreta prospettiva industriale e di un progetto di tutela dei lavoratori. “Continuiamo a non vedere una concreta prospettiva industriale né una soluzione o progetto di tutela dei lavoratori, ma solo una presa d’atto di quanto deciderà la magistratura”, hanno dichiarato.
Le dichiarazioni delle parti coinvolte
Il presidente di AigiNicola Convertino ha parlato di un “atto dovuto ed inevitabile, estremo e doloroso”, rimarcando le responsabilità di governo, regione Puglia e Comune. “Fino a quando non vi saranno progetti autorizzati, capitali stanziati, cantieri aperti, cronoprogrammi vincolanti e assunzioni programmate”, ha aggiunto, “le alternative rimarranno semplici possibilità. E una possibilità non è sufficiente a mantenere una famiglia.”
Carmine Di Natale, amministratore unico della Metal Tirrena srl ha spiegato che la sua azienda, che impiega 120 dipendenti rischia di dover licenziare tutti. “Lavoriamo per il 90% nell’area a caldo del siderurgico e per il restante 10% svolgendo mansioni legate sempre alla fabbrica. Il primo passo che faremo è far scadere i contratti a tempo determinato di una trentina di lavoratori, poi la cassa integrazione per tutti gli altri.”
Il ministro delle Imprese e Made in Italy, Adolfo Urso ha ricordato la riunione prevista a Palazzo Chigi per discutere delle possibili soluzioni, augurandosi “da parte di tutti la massima responsabilità”. I sindacati, tuttavia, hanno già fatto sapere che non firmeranno accordi, ribadendo il loro “fermo e totale dissenso” alla comunicazione ricevuta da Aigi.
