Negli ultimi anni, una parte della sinistra sembra aver perso i propri punti di riferimento, spostando l’attenzione dai temi sociali e produttivi a quelli dell’identità e delle appartenenze. Quel fronte politico che in passato dialogava con il mondo del lavoro e con l’impresa appare oggi più esitante, talvolta incline ad adottare linguaggi e categorie, quelle della destra, che un tempo avrebbe contestato. In questo processo, principi come uguaglianza e solidarietà finiscono spesso per cedere il passo a logiche di schieramento o di consenso.
Si assiste così a un cambiamento di prospettiva: invece di interrogarsi sulle condizioni e sui diritti di chi lavora, il dibattito si concentra sull’origine o sulla nazionalità, come se l’appartenenza religiosa e/o quella culturale valessero più della competenza e dell’impegno.
Il caso Monfalcone e le pressioni su Fincantieri
Un esempio emblematico di questa dinamica è rappresentato da Monfalcone, dove si trova uno dei principali siti produttivi di Fincantieri, nell’area di Panzano. Qui lavorano oltre 5.000 persone, di cui circa 1.500 con contratto a tempo indeterminato. La discussione politica locale si è accesa attorno a una mozione della Lega che chiede al gruppo di rivedere il proprio modello produttivo, modificando appalti e subappalti in nome di un presunto “equilibrio sociale”. La mozione, presentata dal sindaco leghista Luca Fasan, è stata firmata anche dalla sinistra.
Secondo alcuni osservatori, si tratta di un’impostazione che rischia di ridurre la complessità industriale a una questione di visibilità politica. Fincantieri è infatti un gruppo internazionale, presente in più di venti Paesi e con un impatto economico significativo: pretendere di riorientarne le strategie dall’esterno appare più un gesto simbolico che una misura efficace. Le decisioni industriali richiedono competenza, visione e conoscenza del settore, non slogan o semplificazioni.
Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, è stato piuttosto netto nel suo intervento di risposta alla mozione: “Usano l’azienda come cassa di risonanza politica”.
Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico ha affermato: “Quando si lamenta il fatto che non vengono attinte risorse dal territorio si dice una cosa assolutamente sbagliata […]. Ci sono tantissimi lavoratori stranieri perché quei lavori gli italiani non li vogliono fare”.
In sostanza, è giusto e anche doveroso che le istituzioni dialoghino con le grandi imprese, ma altrettanto importante è riconoscere il valore del lavoro svolto. A Monfalcone, Fincantieri ha investito negli anni in sicurezza, formazione, innovazione e welfare aziendale. Sono stati introdotti protocolli di legalità, sportelli di mediazione culturale e progetti di social housing, che mirano a migliorare l’integrazione e la qualità della vita dei dipendenti. Elementi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico.
Dalla difesa del lavoro alla contrapposizione politica
La questione è il rapporto tra politica e impresa. Invece di difendere il lavoro come valore comune, il confronto rischia di trasformarsi in una contrapposizione ideologica, dove si finisce per distinguere tra lavoratori “giusti” e “sbagliati”. Da una parte si accetta la differenziazione dei contratti in base alla nazionalità, dall’altra si propone l’assunzione diretta come soluzione immediata, senza affrontare i problemi strutturali del sistema produttivo.
Anche su temi delicati come la gestione dell’amianto, il dibattito si è spostato su un piano politico più che tecnico. Invece di valorizzare i progressi compiuti in materia di sicurezza e responsabilità, prevale la logica dello scontro, che non giova né ai lavoratori né alle imprese.
Monfalcone diventa così il simbolo di un approccio politico che fatica a ritrovare coerenza e visione: un luogo dove il lavoro, invece di unire, rischia di essere usato come strumento di contrapposizione.