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Il Grande Cretto di Gibellina: oltre l'arte, dentro il tempo

Gibellina, 24 gen. (askanews) – Ha qualcosa del memoriale della Shoah di Eisenman a Berlino, ma pure, quando si è all’interno e sotto certi cieli inquieti di Sicilia, ricorda i siti precolombiani della Mesoamerica. Come per il Lightning Field di Walter De Maria, luogo leggendario della Land Art americana, il Grande Cretto di Alberto Burri a Gibellina è anch’esso un’esperienza di spazio nel tempo, una manifestazione del modo in cui l’arte diventa luogo e, anzi supera il luogo per diventare semplicemente esperienza.

Eppure per molti versi potrebbe essere solo una grande colata di cemento sopra le macerie di una cittadina devastata dal terremoto, un disperato tentativo di dire qualcosa sopra una storia indicibile e di farlo senza parole, ma solo con lo spazio. Il punto, e qui sta la forza del contemporaneo, è che tutto questo si somma, dialoga con la valle intorno e con gli incubi della storia e crea una dimensione nuova, una libertà estrema che si prova – insieme all’estrema solitudine propria della libertà – camminando tra le strade irregolari del Cretto.

E in fondo un’opera come quella di Burri non è arte contemporanea, è qualcosa d’altro, è il riflesso mitologico di un’epoca nella quale le divinità erano presenti, con tutta la loro terribilità, accanto agli uomini, in un mondo leggendario e selvaggio. Come selvaggia è la stessa natura del Cretto, monumento a una tragedia che racconta, come direbbe Nietzsche, la nascita stessa della tragedia.

Oggi il Grande Cretto è il simbolo di Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea: ma tutte le definizioni e i ruoli che possiamo dare non basteranno comunque mai, per fortuna, a spiegare la sensazione che si prova attraversandolo. Questa sensazione intraducibile, in fondo, potrebbe essere la risposta alla domanda ricorrente – e forse inutile – su che cos’è l’arte contemporanea. (Leonardo Merlini)