Il 14 ottobre 2025 l’esplosione di un casolare di Castel D’Azzano, in provincia di Verona, ha causato la morte di tre membri dell’Arma, suscitando una lunga spirale giudiziaria che ancora si fa strada tra le aule di tribunale. Tre fratelli – Franco (66), Dino (64) e Maria Luisa Ramponi (60) – sono stati accusati di strage in concorso, detenzione di materiale esplosivo e resistenza a pubblico ufficiale.
L’evento ha coinvolto anche la comunità locale, le forze dell’ordine e la magistratura, dando vita a una vicenda che continua a evolversi.
Nel frattempo, la Procura di Verona ha avviato un fascicolo a carico dei tre comandanti dei carabinieri responsabili dell’intervento di sgombero, ritenuti potenzialmente responsabili per omicidio colposo plurimo. I nomi in causa sono il capitano Vincenzo Spataro, comandante della compagnia di Villafranca, il tenente colonnello Antonio Sframeli, all’epoca capo del reparto operativo, e il colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dei carabinieri di Verona.
La notte dell’esplosione a Castel D’Azzano
L’operazione si è svolta alle prime ore del 14 ottobre: carabinieri, polizia penitenziaria e vigili del fuoco sono intervenuti nel casolare dei fratelli Ramponi per eseguire una perquisizione preliminare in vista di uno sfratto imminente. All’interno, l’edificio era stato saturo di gas e disseminato di bottiglie di benzina e molotov.
Secondo le indagini, sarebbe stata Maria Luisa Ramponi a scatenare l’esplosione lanciando un accendino su un pavimento inondata di carburante, provocando il crollo della struttura.
Le vittime e le conseguenze immediate
All’attacco sono morti tre carabinieri: il luogotenente Marco Piffari (56), comandante della Squadra operativa di supporto del quarto Battaglione carabinieri Veneto, il brigadiere capo Valerio Daprà (56), operatore dell’Aliquota di Primo intervento, e il carabiniere Davide Bernardello (36). Altri 25 intervenuti – tra militari, agenti di polizia e vigili del fuoco – sono rimasti feriti; anche Maria Luisa ha riportato ustioni gravi, continuando a indossare i guanti protettivi durante le indagini.
Il percorso giudiziario in aula
Il processo è iniziato il 26 ottobre 2025 davanti alla Corte d’Assise di Verona, presieduta dal giudice Raffaele Ferraro. Durante la prima udienza, la difesa dei Ramponi ha richiesto una perizia psichiatrica per valutare la capacità di intendere e di volere degli imputati, ma la Corte ha rigettato la domanda, motivando che “in questa fase preliminare non vi sono elementi sufficienti”. Il giudice ha lasciato aperta la possibilità di una valutazione successiva, una decisione che potrebbe influenzare l’esito del procedimento penale.
Il 18 novembre la Corte d’Assise avrà luogo la prima fase di testimonianze. Tra i testimoni previsti ci saranno i tre comandanti dei carabinieri citati dal procedimento disciplinare – Spataro, Sframeli e Papagno – nonché numerosi testimoni civili e tecnici, per un totale di circa 300 nominati dalle parti. Anche la criminologa Roberta Bruzzone è stata nominata nella difesa di Dino Ramponi, a testimoniare sull’aspetto psicologico degli imputati.
Procedimenti disciplinari verso i comandanti dei carabinieri
Parallelamente al processo penale, la Procura generale di Venezia ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti di Spataro, Sframeli e Papagno. L’obiettivo è accertare eventuali errori nella pianificazione e nella conduzione dell’operazione, in particolare la decisione di proseguire nonostante la presenza di gas nell’edificio. La prima udienza di questo procedimento è fissata per il 30 ottobre davanti alla commissione di disciplina della Corte d’Appello di Venezia. I familiari del luogotenente Marco Piffari hanno presentato un esposto chiedendo chiarimenti sulla responsabilità dell’Arma, alimentando il dibattito pubblico su possibili negligenze operative.
Il caso, ancora in fase di definizione, resta al centro dell’attenzione sia per le sue implicazioni penali, con i fratelli Ramponi che rischiano l’ergastolo, sia per le possibili ripercussioni disciplinari all’interno dei carabinieri. La Corte d’Assise dovrà infatti valutare non solo le responsabilità degli imputati, ma anche l’adeguatezza delle misure di sicurezza adottate dalle autorità durante l’intervento, un nodo cruciale per la ricerca della verità e per la tutela dei diritti delle vittime.
