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Gli iraniani pagano il conto: vittime di una leadership ostile

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Il 28 dicembre 2025, i commercianti del Gran Bazar di Teheran hanno abbassato le serrande per protestare contro il collasso del rial iraniano, che nel mercato parallelo ha toccato i minimi storici superando quota 1,4 milioni contro un singolo dollaro.

Quelli che erano nati come scioperi commerciali si sono rapidamente trasformati in vaste proteste popolari che hanno attraversato numerose città, alimentate da un’inflazione galoppante e dal drastico deterioramento del potere d’acquisto dei cittadini.

Le autorità hanno risposto a questi movimenti con una violenta repressione. Amnesty International l’ha definita uno dei periodi più sanguinosi degli ultimi anni, con rapporti che parlano di morti, feriti e arresti di massa. Poche settimane dopo, il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei contro siti militari e centri di comando in Iran. Teheran ha risposto con attacchi di missili e droni, colpendo le rotte di navigazione e le infrastrutture energetiche della regione.

Sebbene ciò abbia causato un aumento globale dei prezzi del petrolio, il peso maggiore è ricaduto sulle spalle dei comuni cittadini iraniani, che oggi si trovano stretti in una morsa letale tra collasso economico, repressione interna e le conseguenze dirette della guerra.

Popolazione vittima delle politiche del regime

Oggi gli iraniani sono doppie vittime delle politiche estere della loro leadership: internamente subiscono il peso della cattiva gestione economica e della repressione; esternamente pagano il prezzo delle sanzioni internazionali e dell’escalation militare derivante dal sostegno a gruppi paramilitari regionali, dal programma nucleare e dai continui scontri con i vicini e le potenze globali.

Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, il rial ha subito un crollo verticale. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’inflazione annuale nel 2025 si aggirava intorno al 42,4%, peggiorando ulteriormente con l’aggravarsi dei disordini. Questo ha portato a un’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità come cibo e carburante, spingendo migliaia di persone a manifestare a Teheran, Isfahan e Tabriz.

La risposta del regime è stata una campagna di sicurezza caratterizzata da un uso eccessivo della forza e interruzioni della rete internet per limitare la diffusione di informazioni. Le proteste, inizialmente legate a rivendicazioni economiche, sono gradualmente sfociate in richieste di cambiamento politico radicale.

Il peso della guerra sull’economia

Con l’inizio del conflitto il 28 febbraio 2026, la crisi è precipitata. Gli attacchi reciproci hanno danneggiato le infrastrutture civili e militari, causando gravi carenze di elettricità e carburante in diverse città. La Banca Mondiale aveva previsto una contrazione dell’economia iraniana dell’1,7% nel 2025 e del 2,8% nel 2026 già prima della guerra; i nuovi danni e le ulteriori sanzioni hanno solo accelerato questo declino.

I rapporti internazionali rivelano un profondo divario nelle priorità di spesa del governo: mentre le risorse vengono massicciamente destinate allo sviluppo di missili e droni, i servizi sociali e sanitari soffrono di una cronica mancanza di fondi.

Il prezzo dell’ostilità

Esperti di think tank come Chatham House ritengono che l’insistenza su politiche estere aggressive abbia isolato l’Iran, allontanando ogni possibilità di investimento straniero e cooperazione economica con i paesi del Golfo. Questa escalation ha portato a una fuga di capitali e al congelamento di progetti che avrebbero potuto mitigare l’effetto delle sanzioni.

La realtà quotidiana per i cittadini è drammatica:

  • Disoccupazione: Ha raggiunto circa il 9,2% nel 2025, con punte del 21,9% tra i giovani.
  • Erosione sociale: La classe media è quasi scomparsa, mentre le disuguaglianze sociali aumentano.
  • Crisi umanitaria: L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) ha espresso profonda preoccupazione per il rischio di sfollamenti interni e la mancanza di servizi di base.

Gli analisti sottolineano come la strategia della “difesa avanzata” tramite attori terzi si sia ritorta contro il regime stesso. Invece di garantire stabilità, ha portato a uno scontro diretto con le potenze internazionali e ha esasperato la sofferenza dei cittadini. Mentre il regime usa la retorica della “resistenza” per giustificare il controllo interno, la realtà dimostra che il dolore economico sta alimentando un risentimento popolare sempre più difficile da contenere.

Indipendentemente dalla durata del conflitto, la ricostruzione delle infrastrutture e della stabilità richiederà anni. Finché le ambizioni regionali prevarranno sul benessere interno, il cittadino iraniano resterà la vittima sacrificale di una strategia che ha dato priorità alla guerra rispetto alla prosperità.