All’indomani del suo primo discorso in parlamento, il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha posto al centro della sua agenda la riorganizzazione del settore della sicurezza: restringere la detenzione di armi al solo Stato e potenziare la capacità delle forze armate. La dichiarazione, pronunciata a metà maggio, non è una novità nella retorica politica irachena, ma arriva in un contesto segnato da forti pressioni esterne e da una crisi economica acuita dai recenti eventi regionali.
La correlazione tra armamenti, guerra regionale e calo delle entrate petrolifere
La decisione del governo è influenzata da due fattori concreti: da un lato, la presenza di numerosi gruppi paramilitari che hanno continuato a operare con armi proprie dopo la guerra del 2003; dall’altro, la contrazione dei ricavi petroliferi causata dal conflitto regionale e dalla chiusura del Stretto di Hormuz.
Prima della crisi, l’Iraq esportava circa 3,3 milioni di barili al giornoa marzo le esportazioni risultavano scese a circa 600.000 bpd. Poiché il petrolio costituisce più del 90 percento delle entrate statalila caduta delle esportazioni ha reso urgente l’azione sul fronte della sicurezza anche per motivi economici.
Un analista politico ha sintetizzato il nesso: «né l’economia né la stabilità possono prosperare se le armi restano fuori dal controllo statale».
Il governo spera che un rafforzamento del monopolio statale sugli armamenti renda il Paese più attraente per gli investimenti esteri e riduca la probabilità di sanzioni o interventi diplomatici da parte degli Stati Uniti nel contesto della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.
La mossa di Muqtada al-Sadr e le risposte delle forze paramilitari
Il leader sciita Muqtada al-Sadr ha formalmente appoggiato l’iniziativa quando, il 27 maggio, ha annunciato la separazione del gruppo Saraya al-Salam dal suo movimento politico e la piena integrazione dei suoi membri nelle forze armate statali. Nel suo comunicato, al-Sadr ha affermato che la dissociazione avveniva «per conformarsi all’interesse nazionale e evitare i pericoli che minacciano la patria», un passo accolto favorevolmente dall’esecutivo.
Alcune milizie hanno seguito l’esempio e hanno dichiarato la propria disponibilità a disarmarsi o a trasformarsi in forze formalmente subordinate allo Stato; tra queste figura Asaib Ahl al-Haqdesignata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti. Anche Faleh al-Fayyada capo dell’entità nota come Popular Mobilisation Forces (PMF)ha parlato di una «completa disengagement» dalle strutture politiche e dell’intenzione di rendere la PMF un’istituzione unificata legata al comandante in capo.
Tuttavia, alcune formazioni rilevanti come Kataib Hezbollah e Harakat al-Nujaba si sono rifiutate di aderire alla chiamata del governo, segnalando che la strada verso la centralizzazione delle armi sarà contesa. Una figura sciita di rilievo, intervenuta con riserva ma chiedendo anonimato, ha sottolineato che «un processo lento e controllato per smantellare queste fazioni è meglio di uno scontro che potrebbe provocare spargimenti di sangue», anticipando un percorso a tappe piuttosto che una resa immediata.
Questioni pratiche e possibili scenari istituzionali
Anche nei casi in cui le milizie accettino l’integrazione, permangono dubbi sull’attuazione concreta: quali garanzie otterranno le formazioni che deporranno le armi? Che ruolo avranno i loro leader? Il passato politico di al-Sadr, che nel 2026 si era ritirato formalmente dalla scena dopo una crisi in parlamento ma non ha abbandonato del tutto l’influenza politica, suggerisce che la riorganizzazione delle forze armate potrebbe avere anche un significato strategico per il futuro equilibrio di potere interno.
Tra le opzioni dibattute emerge l’idea di creare un nuovo ministero della sicurezza che raccolga sotto un’unica egida forze diverse, inclusa la PMF e le truppe curde Kurdish Peshmerga. Tuttavia, gli osservatori politici invitano alla prudenza: «è troppo presto per essere ottimisti», ha osservato un analista iracheno, consigliando di mantenere un atteggiamento di limitato ottimismo e di aspettare gli sviluppi concreti.
Il percorso appare quindi lungo e complesso: la sottrazione delle armi dal controllo di gruppi non statali è al contempo una sfida di sicurezza, un’esigenza economica e un banco di prova per la capacità del governo di mediare tra alleati e rivali interni, il tutto sotto lo sguardo attento di attori regionali come Iran e United States.
