Le parole della ministra del Lavoro Marina Calderone sul mercato occupazionale italiano hanno suscitato numerose reazioni. A Il Fatto Quotidiano sono arrivate le testimonianze di italiani in patria e all’estero, che raccontano difficoltà, precariato e stipendi insufficienti.
L’Italia offre buone garanzie per la ministra Calderone: dall’estero il racconto di chi ha scelto di partire
Le dichiarazioni della ministra del Lavoro Marina Calderone, secondo cui l’Italia sarebbe il “paese più bello del mondo” e offrirebbe “delle buone garanzie” sul fronte occupazionale, hanno continuato a suscitare reazioni. Dopo le parole pronunciate al Giffoni Film Festival, sono arrivate alla redazione de Il Fatto Quotidiano numerose testimonianze di italiani residenti all’estero, che raccontano una realtà molto diversa da quella descritta dalla ministra.
Tra chi ha scritto c’è Andrea Castelnuovo, che con ironia commenta la propria esperienza in Germania: “Concordo con la ministra: l’Italia è un paese bellissimo, e da quando mi sono trasferito in Germania è ancora più bello. Restare è come cadere pensando di volare”. Flavia Giannetti, invece, mette a confronto la propria situazione con quella del padre: “L’Italia non è più quella degli anni’60.
Non è più quella che ha consentito a mio padre di fare carriera e comprare casa. A me non è andata altrettanto bene”. Anche Mario Stea racconta un percorso segnato da difficoltà dopo la laurea: “Dopo il 110 e lode, per un anno ho solo ricevuto umiliazioni e rifiuti dal “sistema talmente evoluto”. Dal 2015 vive all’estero, dove afferma di aver trovato “crescita professionale rapida e stipendi che in Italia potevo solo sognare”. Per questo, aggiunge, “a noi servono garanzie concrete e a lungo termine”.
Il tema del rientro emerge invece dalle parole di Marco Favaro, laureato in filosofia e da oltre dieci anni fuori dall’Italia. Tornare, spiega, è un desiderio difficile da concretizzare: “negli ultimi 5 anni ho trovato forse un paio di posizioni aperte affini al mio curriculum. Semplicemente non esistono”. Anche Massimiliano Mostes, ingegnere biomedico laureato con il massimo dei voti e da nove anni tra Barcellona, Amsterdam e Madrid, racconta di aver trovato all’estero una maggiore stabilità: in Italia, dice, “trovavo solo precariato”, mentre in Spagna è stato assunto a tempo indeterminato dopo due colloqui. Oggi, però, il ritorno avrebbe un costo economico significativo: “dovrei accettare un taglio dello stipendio di oltre il 30%. Non è fuga, è sopravvivenza”.
Critico anche Alessio Frassi, che vive a Londra dal 2008 e, nonostante abbia soltanto la terza media, lavora come capo giardiniere per il comune di Hackney. Nei tentativi di rientro in Italia, racconta, ha incontrato un mercato poco trasparente: “Sugli annunci non c’è neanche scritta la retribuzione” e spesso “non ti rispondono neanche alle mail”. Per B.C., infine, gli italiani che emigrano non sono persone che hanno semplicemente scelto di voltare le spalle al proprio Paese: “questi molto spesso rappresentano la parte migliore del Paese”, sostiene, riferendosi a chi non riesce più a convivere con “inefficienze, corruzione, svilimento del merito, rifiuto della responsabilità, clientele e profonde disfunzioni”. Carlo, definendosi a sua volta un “cervello in fuga”, riconosce che il fenomeno dura da anni e attraversa governi di diverso orientamento, ma conclude: “chi al governo ci sta adesso, abbia almeno la decenza di tacere”.
Precariato, stipendi e difficoltà: la risposta di chi è rimasto alla ministra Calderone
Le testimonianze raccolte da Il Fatto Quotidiano non arrivano soltanto dagli italiani che vivono fuori dal Paese. Anche chi è rimasto racconta difficoltà legate a occupazione, salari e prospettive professionali. Simone Spedicato, disoccupato con due lauree e dieci anni di esperienza, descrive un percorso segnato da lavori sottopagati e scarse opportunità: “Ci propongono lavori sottopagati senza formazione e li chiamano tirocini. Qualcuno dovrà pagare per tutto questo: pagherete tutto e pagherete carissimo!” Alessandro Roncarati ricorda invece la propria esperienza da praticante commercialista a Milano, dove lavorava “10-13h al giorno” con partita Iva e 1.800 euro, prima di trasferirsi a Vienna per un master. Lì, racconta, nel 2012 un neolaureato iniziava con “2300 Euro, 38 ore a settimana”. Dopo il master ha poi conseguito anche “un dottorato di ricerca in diritto tributario internazionale in uno dei più rinomati istituti nella ricerca in questo ambito”.
Tra le mail arrivate c’è anche quella di Lorenzo Tacconi, che vive in Germania da dieci anni. Il suo racconto parte dalla difficoltà vissuta durante gli anni universitari a Roma, quando impiegava “quattro ore al giorno solo per andare a lezione”. Da qui la provocazione rivolta direttamente alla ministra, con riferimento ai trasporti e alle condizioni quotidiane vissute da molti pendolari: “Mi piacerebbe poi sentirla pronunciare con la stessa sicurezza la frase: «L’Italia offre buone garanzie»”. Tacconi arriva così a chiedersi se “l’Italia descritta dalla ministra e quella che ho vissuto io non siano, in realtà, due Paesi diversi”, ipotizzando che quella raccontata da Calderone appartenga soprattutto alla sua generazione.
Infine, Manuela Pierozzi porta il discorso sul terreno dei redditi e della sostenibilità economica delle professioni. La domanda rivolta alla ministra è concreta: “quanti clienti deve avere uno psicologo con tanto di master, a 70 euro a seduta fatturati, per poter accantonare al netto delle tasse e delle spese per la sussistenza 2000 euro al mese?”. La sua conclusione è affidata all’esperienza del figlio: “Mio figlio ci arriva facendo il lavapiatti in Svizzera”.
Le testimonianze raccolte da Il Fatto Quotidiano restituiscono così un quadro nel quale il trasferimento all’estero non viene descritto semplicemente come una scelta dettata dal desiderio di conoscere altri Paesi, ma, in molti casi, come la conseguenza della ricerca di stipendi più adeguati, stabilità, crescita professionale e condizioni di lavoro più sostenibili.
