Il Tfr finisce al centro dello scontro politico dopo le voci su un possibile aumento delle tasse dal 2027. Il governo di Giorgia Meloni smentisce la stretta: la clausola di salvaguardia resta in vigore, anche se viene ricollocata nel nuovo Testo unico fiscale.
Tfr e tasse dal 2027: Meloni smentisce la “stangata” e chiarisce la nuova norma
La questione riguarda milioni di lavoratori, pubblici e privati, perché il trattamento di fine rapporto rappresenta una quota della retribuzione maturata nel corso degli anni e può essere lasciato in azienda, trasferito al Fondo di Tesoreria dell’Inps oppure destinato alla previdenza complementare. A far scattare le polemiche è stata soprattutto una diversa interpretazione delle norme contenute nel nuovo Testo unico delle imposte sui redditi.
Dalle opposizioni era stata paventata la possibilità che venisse cancellata la cosiddetta clausola di salvaguardia, introdotta nel 2006 per evitare che le modifiche alle aliquote Irpef penalizzassero i lavoratori al momento della liquidazione. Una prospettiva particolarmente delicata in una fase segnata anche dall’aumento dei costi energetici e dalle difficoltà economiche del ceto medio.
A intervenire direttamente è stata Giorgia Meloni, che sui social ha respinto l’ipotesi di una nuova stretta fiscale sul Tfr. L’equivoco, secondo la presidente del Consiglio, deriverebbe dalla lettura dell’articolo 376 del decreto legislativo 117/2026, che abroga la precedente disposizione contenuta nella legge 296 del 2006. La tutela, però, non scompare: viene trasferita nell’articolo 21, comma 11, dello stesso Testo unico.
“Ci raccontano che dal 2027 il governo avrebbe fatto sparire la clausola di salvaguardia sul Tfr, con una stangata silenziosa ai danni dei lavoratori”, ha scritto Meloni, aggiungendo: “C’è solo un piccolo problema. Quello che stanno citando è un Testo unico”. La premier ha quindi sottolineato che “al comma 11 la clausola di salvaguardia sul Tfr è lì, nero su bianco” e che il provvedimento si limita a riordinare la normativa, sostituendo formalmente la vecchia disposizione senza modificarne gli effetti. Anche la relazione tecnica del provvedimento segnala che non sono previste variazioni di gettito per lo Stato, elemento che escluderebbe una nuova tassazione sulla liquidazione.
Come funziona la tassazione separata e chi può beneficiare delle vecchie aliquote Irpef
Il meccanismo resta quindi sostanzialmente invariato anche dal 2027. Il Tfr non viene sommato al normale reddito annuale del lavoratore nel momento in cui viene corrisposto, proprio per evitare che una somma accumulata nel corso di molti anni faccia salire artificialmente il contribuente negli scaglioni Irpef più elevati. Alla liquidazione si applica infatti la tassazione separata: l’Agenzia delle Entrate determina un’aliquota media teorica sulla base dell’importo maturato e degli anni di lavoro e, successivamente, in fase di riliquidazione, confronta due differenti sistemi. Da una parte vengono prese in considerazione le aliquote Irpef attuali, pari al 23%, 33% e 43%; dall’altra si verifica quale sarebbe il prelievo utilizzando le aliquote in vigore al 31 dicembre 2006, cioè 23%, 33%, 39% fino a 100 mila euro e 43% oltre tale soglia. Al contribuente viene applicato il calcolo più favorevole.
La clausola di salvaguardia favorisce soprattutto chi ha redditi medio-alti e un Tfr consistente. Nel 2006 era prevista un’aliquota del 39% tra 33.500 e 100 mila euro, mentre oggi il 43% scatta oltre i 50 mila: in alcuni casi, quindi, le vecchie aliquote possono risultare più convenienti. Per i redditi bassi o medi il vantaggio è invece più limitato.
Restano inoltre invariate le regole per i fondi pensione, dove la tassazione agevolata può scendere dal 15% al 9%. In sintesi, dal 2027 non è prevista una nuova stangata sul Tfr: la clausola cambia collocazione normativa, ma continua a essere applicata quando più favorevole.
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