La vicenda della morte di Liliana Resinovich continua a suscitare attenzione. A oltre quattro anni dalla scomparsa della donna, la giustizia ha respinto l’ultimo tentativo del marito, Sebastiano Visintin, di ottenere una nuova perizia medico-legale sul corpo della moglie, confermando il rigore delle decisioni della Cassazione e lasciando aperto il mistero sulle circostanze della tragedia.
Il mistero della morte di Liliana Resinovich
Liliana Resinovich, 63 anni, scomparve la mattina del 14 dicembre 2021 a Trieste. Il suo corpo fu rinvenuto oltre venti giorni dopo, il 5 gennaio 2022, in due grandi sacchi neri nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico cittadino. La testa della donna era contenuta in un sacchetto più piccolo chiuso con un cordino, sul quale le indagini si concentrarono a lungo senza mai giungere a una soluzione definitiva. Inizialmente la Procura aveva ipotizzato il suicidio, tesi subito contestata dalla famiglia che riteneva la morte della donna “un omicidio, verosimilmente ad opera del marito Sebastiano Visintin”.
Le successive indagini, affidate a un nuovo pubblico ministero, hanno spostato l’attenzione sul delitto: secondo la Procura, la donna sarebbe stata strangolata. Gli accertamenti indicano che Visintin l’avrebbe sorpresa nel parco dell’ex ospedale psichiatrico, provocandone la morte con “compressioni, percosse, urti e graffi”.
Il marito si è sempre dichiarato innocente: “Sono sereno, non devo dimostrare niente: so quello che ho vissuto con Liliana e so che siamo stati bene insieme”, ha dichiarato lo scorso dicembre in occasione dell’anniversario della scomparsa. Quattro anni dopo, la verità sulla morte di Liliana Resinovich resta ancora avvolta nel mistero.
Morte Liliana Resinovich, la Cassazione respinge ricorso del marito Visintin: “Inammissibile”
La prima sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Giacomo Rocchi, ha dichiarato “inammissibile” il ricorso presentato dall’avvocato Paolo Bevilacqua per conto di Sebastiano Visintin, marito di Liliana Resinovich. La richiesta mirava a disporre un incidente probatorio per una nuova perizia medico-legale sul corpo della donna.
Nelle motivazioni depositate il 18 novembre 2025, i giudici hanno sottolineato che “la doglianza è manifestamente infondata”, confermando che l’ordinanza del Gip del Tribunale di Trieste del 30 giugno 2025 non presenta alcuna anomalia. Oltre al rigetto del ricorso, la Corte ha condannato Visintin al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende, citando “i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso”.
La decisione della Cassazione conferma le indicazioni già emerse nei mesi precedenti, secondo cui il provvedimento del Gip, che aveva accolto l’istanza della Procura rigettando la richiesta della difesa di procedere a una terza autopsia, rientrava pienamente nei poteri discrezionali del giudice. La difesa aveva sostenuto l’“abnormità” della decisione, in considerazione degli opposti esiti delle consulenze precedenti, ma la Corte ha escluso qualsiasi violazione, stabilendo che “non si pone al di fuori del sistema giuridico”.