Il caso dei video rubati che coinvolgono Stefano De Martino è tornato al centro dell’attenzione dopo mesi di apparente silenzio. Nell’agosto del 2026 i filmati avevano suscitato scalpore, ma è solo nelle ultime settimane che gli accertamenti hanno preso una nuova piega con la comparsa di un secondo indagato: la vicenda, nata come un episodio privato, si è trasformata in un fascicolo investigativo più ampio e complesso.
Le accuse iniziali a carico del primo sospettato riguardano accesso abusivo a rete informatica e la registrazione non autorizzata di immagini nella casa di Caroline Tronelli. I video, circolati su piattaforme e gruppi, hanno creato una diffusione incontrollata che continua a generare problemi legali e reputazionali. Secondo gli atti, il furto dei filmati risalirebbe alla notte del 9 agosto, ma altri elementi processuali hanno spinto la procura e le forze dell’ordine a indagare oltre il primo profilo.
I profili iscritti nel registro degli indagati
Oltre all’ex dipendente dell’azienda di videosorveglianza che aveva lavorato nell’abitazione, le autorità hanno iscritto un altro uomo nel registro degli indagati. Fonti giornalistiche come Il Corriere della Sera riferiscono che questo secondo soggetto è accusato di essere stato l’artefice della diffusione dei filmati, ossia la persona che avrebbe caricato i contenuti su siti per adulti e li avrebbe condivisi in gruppi su Telegram.
La polizia ha proceduto al sequestro di pc e smartphone per ricostruire la catena delle operazioni.
Il ruolo attribuito al tecnico
Il primo indagato, un tecnico che si era occupato dell’installazione del sistema di sorveglianza, è al centro dell’attenzione per il presunto comportamento volto a registrare di nascosto le persone ritratte. Per gli investigatori la sua posizione è rilevante perché da lì potrebbero partire tutte le tracce che spiegano come i file siano stati acquisiti. Le ipotesi di reato includono accesso abusivo e la possibile condivisione illecita del materiale, fattispecie che richiedono approfondimenti tecnici e verifiche sui dispositivi sequestrati.
Chi avrebbe diffuso i file online
Il secondo indagato, descritto come un cittadino italiano, è sospettato di aver caricato per primo i video su portali di contenuti per adulti e di averli inoltrati su diverse pagine e canali Telegram dove sono stati visualizzati da un pubblico molto ampio. Le forze dell’ordine, come riportato, hanno posto sotto sequestro tutti i dispositivi dell’uomo per cercare di definire la timeline precisa della pubblicazione e per risalire ai passaggi intermedi. L’accusa principale a suo carico è la diffusione di immagini private senza consenso.
Gli accertamenti tecnici e la possibile rete
Il lavoro degli investigatori passa ora attraverso l’analisi forense dei dispositivi sotto sequestro: il centro operativo per la sicurezza cibernetica della polizia sta esaminando file, timestamp e metadati per capire quando i video sono stati acquisiti, da chi e come sono stati poi trasmessi alle piattaforme online. Gli sforzi puntano a ricostruire tutta la catena, dalla registrazione alla pubblicazione, per individuare eventuali ulteriori responsabilità e collaboratori.
Possibili sviluppi e allargamento delle indagini
Le autorità non escludono che gli accertamenti possano portare a nuove iscrizioni nel registro degli indagati: ricostruendo le fasi precedenti alla comparsa delle immagini sui gruppi social, gli investigatori intendono verificare se si tratti di un episodio isolato o di un’attività più organizzata. L’ipotesi di una rete di soggetti che hanno contribuito alla diffusione non è da scartare e potrebbe cambiare la portata delle contestazioni penali.
Reazioni legali e conseguenze pubbliche
Il 18 maggio le verifiche tecniche sui profili e sui dispositivi del primo indagato sono state avviate ufficialmente. Gli avvocati di Stefano De Martino, Angelo e Sergio Pisani, hanno espresso la speranza che questi accertamenti risultino decisivi per ricostruire la catena di diffusione illecita dei filmati. I legali hanno anche ribadito che lo stesso salvataggio delle immagini su computer o smartphone configura reato, così come la creazione e la condivisione di meme o fotogrammi tratti dai video.
La vicenda dimostra quanto rapidamente una violazione della privacy possa trasformarsi in un fenomeno di massa, con ricadute non solo personali ma anche penali per chi conserva, condivide o sfrutta quel materiale. L’indagine prosegue e ogni nuovo dettaglio potrà chiarire se, oltre ai due indagati già noti, altre persone abbiano contribuito alla catena di diffusione.