La vicenda del pusher ucciso nel bosco di Rogoredo ha scatenato complesse indagini sul comportamento del poliziotto Carmelo Cinturrino, assistente capo del commissariato Mecenate. Tra esami dei cellulari, ritardi nei soccorsi e possibili contraddizioni dei colleghi, gli investigatori cercano di ricostruire ogni passaggio di quella tragica giornata.
Le ombre sull’operato dell’agente: pizzo, ritardo nei soccorsi e contraddizioni
Le indagini si sono ulteriormente complicate grazie a testimonianze e accertamenti che mettono in discussione la versione ufficiale fornita da Cinturrino. Secondo fonti raccolte dagli inquirenti, come riportato dall’ANSA, l’assistente capo avrebbe non solo chiesto denaro e droga a Mansouri e ad altri pusher attivi nell’area, ma questi comportamenti sarebbero stati regolari e ripetuti nel tempo.
La vittima avrebbe confidato ad amici di aver rifiutato queste pretese e di aver iniziato a temere il poliziotto, alimentando sospetti su una possibile rivalità personale e forse un motivo di tensione alla base della sparatoria.
Inoltre emergerebbero forti incoerenze sui soccorsi: Cinturrino avrebbe inizialmente detto ai colleghi di aver già allertato l’emergenza, ma le verifiche indicano che la chiamata al 118 è avvenuta con oltre 20 minuti di ritardo dopo lo sparo, mentre il 28enne si trovava ancora agonizzante sul terreno. Parallelamente, l’ipotesi investigativa suggerisce che la pistola a salve trovata accanto al corpo della vittima non fosse in suo possesso al momento del conflitto, ma sarebbe stata posizionata in un momento successivo, dopo una sequenza di spostamenti che gli inquirenti stanno cercando di chiarire.
La somma di questi elementi – testimonianze di richieste quotidiane al pusher, ritardi nei soccorsi e possibili contraddizioni nei racconti degli agenti – ha portato la Procura di Milano ad aggravare la posizione di Cinturrino con l’accusa di omicidio volontario e ad iscrivere nel registro degli indagati altri quattro poliziotti per favoreggiamento e omissione di soccorso.
Pusher ucciso a Rogoredo, sotto esame le chat dei poliziotti: possibile legame tra agente e vittima
Le autorità stanno approfondendo la vita personale e professionale di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della polizia del commissariato Mecenate che, il 26 gennaio scorso nel cosiddetto bosco di Rogoredo a Milano, ha sparato e ucciso il 28enne marocchino Abderrahim Mansouri, noto come “Zack” durante un controllo antidroga.
Come riportato dal Corriere, oltre all’esame del verbale originale – in cui l’agente affermava «L’ho riconosciuto perché era una persona nota al commissariato» ma «io non c’ho mai avuto a che fare» – gli inquirenti stanno passando al setaccio il suo smartphone nella speranza di ritrovare eventuali messaggi, telefonate o foto che possano attestare un rapporto con il pusher oppure confermare voci che lo avrebbero visto in contrasti pregressi con la vittima.
Le analisi degli investigatori della Squadra Mobile, coordinate dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola, non si fermano al solo dispositivo di Cinturrino: stanno esaminando anche le copie forensi dei cellulari degli altri quattro poliziotti presenti quella giornata per verificare le loro comunicazioni e ricostruire in dettaglio l’intervento, lo sparo e ciò che è avvenuto nei minuti immediatamente successivi.