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Quello che non si può dire: il mistero di Panama diventa letteratura

Quello che non si può dire: il mistero di Panama diventa letteratura

Un regista porta una compagnia teatrale nella giungla di Panama, dove due giovani donne scomparvero nel 2014, per creare uno spettacolo sul mistero. Il romanzo esplora cosa accade quando la ragione fallisce.

Nel cuore della foresta di Panama, dove la vegetazione lussureggiante nasconde segreti inesplorati, si consuma una storia che sfida la nostra comprensione. Quello che non si può dire il romanzo di Dorothee Elmiger, vincitore del Deutscher Buchpreis 2025 parte da un evento reale per esplorare i limiti del linguaggio e della ragione.

Nel 2014, due giovani donne olandesi, Kris Kremers e Lisanne Froon, scomparvero durante un’escursione. Le ricerche portarono al ritrovamento di alcune fotografie notturne, apparentemente indecifrabili, che alimentarono speculazioni e teorie. Elmiger non si limita a raccontare la vicenda, ma utilizza questo mistero per interrogare il nostro bisogno di trovare spiegazioni.

Un viaggio nella giungla e nella mente umana

La storia inizia con un regista teatrale che decide di portare una compagnia nel luogo della scomparsa per creare uno spettacolo. Una scrittrice è incaricata di documentare l’esperienza, inizialmente descrivendo l’ambiente e le dinamiche del gruppo. Tuttavia, man mano che la spedizione procede, il disorientamento prende il sopravvento.

La giungla diventa un simbolo del caos e dell’inconoscibile.

Le categorie mentali utilizzate per comprendere l’esperienza cominciano a sgretolarsi, e ciò che avrebbe dovuto essere un progetto artistico sul mistero si trasforma in un confronto diretto con esso. La spedizione, nata per rappresentare un evento inspiegabile, finisce per essere assorbita dalla stessa impossibilità di attribuire un significato certo a ciò che accade.

Le fotografie che non rivelano nulla

Uno degli elementi più inquietanti del caso reale sono le fotografie scattate durante la notte dell’8 aprile. Queste immagini, realizzate prevalentemente nel buio della vegetazione, sembrano produrre l’effetto contrario a quello atteso: più vengono osservate, meno sembrano capaci di spiegare.

Elmiger utilizza queste fotografie come metafora del vuoto che rimane quando un documento non riesce a svolgere la funzione che gli attribuiamo. Il romanzo esplora cosa accade quando il desiderio di sapere diventa ancora più forte di fronte all’immagine indecifrabile, creando una tensione tra visibile e inconoscibile.

Il bisogno di spiegare l’irrisolvibile

Un caso irrisolto è difficile da accettare perché interrompe una delle strutture fondamentali attraverso cui interpretiamo l’esperienza: la causalità. Vogliamo sapere cosa è successo, perché è successo e in quale ordine si sono svolti gli eventi. Quando alcuni passaggi mancano, siamo portati quasi spontaneamente a riempirli, trasformando possibilità in ipotesi e talvolta ipotesi in convinzioni.

Elmiger porta questo meccanismo dentro la letteratura e lo rende parte stessa del romanzo. Il regista vuole avvicinarsi al luogo della scomparsa, ricostruirlo attraverso il teatro e forse raggiungere qualcosa che i documenti non sono riusciti a restituire, mentre la scrittrice deve utilizzare le parole per raccontare un’esperienza che progressivamente sembra sottrarsi alla possibilità di essere nominata.

Il romanzo diventa così anche una riflessione sul confine tra conoscenza e narrazione. Raccontare un evento significa inevitabilmente selezionare elementi, stabilire collegamenti e creare una forma; proprio per questo una storia può produrre l’impressione di un ordine anche quando la realtà dalla quale nasce rimane caotica.

La letteratura di Elmiger sembra invece voler conservare quel caos e costringere il lettore a sperimentare l’incertezza e l’inconoscibile, offrendo una riflessione profonda sul nostro bisogno di trovare spiegazioni in un mondo che spesso ne è privo.

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