La UNHCR ha lanciato un allarme sulla situazione dei Rohingya in mare, definendo vaste aree del Bay of Bengal e dell’Andaman Sea come un «cimitero senza nome» per chi fugge dalle persecuzioni. Secondo l’agenzia il 2026 è stato il più letale per i movimenti marittimi nella regione del Sud e Sudest asiatico: sono stati segnalati quasi 900 morti o dispersi in quelle acque, mentre nel corso dell’ultimo decennio si stima che circa 5.000 persone siano annegate.
Flussi e rotte: chi parte e perché
La maggior parte delle partenze riguarda persone che lasciano i campi e le coste del Bangladesh e del Myanmar, in particolare dal Cox’s Bazar e dal Rakhine State, dirette verso Malesia o Indonesia. Dalla grande fuga iniziata nel 2017 — scaturita da una campagna di pulizia etnica nello stato di Rakhine — centinaia di migliaia si sono rifugiati nei campi del Bangladesh.
La mancanza di opportunità, l’accesso limitato all’istruzione e le riduzioni degli aiuti umanitari hanno alimentato la decisione di intraprendere traversate sempre più pericolose anche nel 2026, con oltre 2.800 persone che hanno tentato la rotta in quest’anno.
Profilo dei viaggiatori
Negli ultimi anni più della metà dei migranti via mare sono stati donne e bambini, categorie particolarmente esposte al traffico di esseri umani e allo sfruttamento.
Le imbarcazioni impiegate sono spesso sovraccariche e non idonee alla navigazione in alto mare; ciò aumenta esponenzialmente il rischio di naufragi e di vittime. L’UNHCR sottolinea che, pur desiderando in molti il ritorno in Myanmar, l’assenza di prospettive di cittadinanza e la prosecuzione delle violenze lasciano pochi margini di speranza per una soluzione rapida e sicura.
Il prezzo umano e gli incidenti recenti
Il conto delle perdite include tragedie recenti che illustrano la pericolosità delle rotte: nella seconda settimana di aprile un peschereccio sovraccarico con circa 250 persone a bordo, tra Rohingya e cittadini bangladesi, è affondato nell’Andaman Sea mentre era diretto verso la Malesia dalla costa meridionale del Bangladesh. L’equipaggio di soccorso del Bangladesh ha comunicato il salvataggio di nove sopravvissuti, ma centinaia risultano ancora dispersi. Incidenti del genere accentuano l’immagine della regione come un luogo dove centinaia o migliaia di vite possono scomparire senza lasciare tracce.
Conseguenze per comunità e soccorsi
La frequenza di naufragi e sparizioni mette sotto pressione i meccanismi di search and rescue regionali e evidenzia limiti nei sistemi di coordinamento tra Stati costieri. I soccorsi spesso non riescono a coprire rotte estese e rapide tempeste possono compromettere gli interventi. L’UNHCR spera che la conoscenza pubblica di questi numeri spinga governi e donatori a rafforzare le capacità di salvataggio e a trovare alternative sicure per i rifugiati, riducendo l’incentivo a imbarcarsi su rotte clandestine e pericolose.
Radici del problema e possibili risposte
Il fenomeno è il risultato di cause strutturali: la fuga massiccia iniziata nel 2017, la continua persecuzione di minoranze in Myanmar, la limitata possibilità di ritorno e i tagli al finanziamento dell’assistenza nei campi. Il rilancio degli aiuti, programmi educativi e opportunità economiche nei campi profughi sono tra le misure richieste per prevenire ulteriori traversate. Allo stesso tempo gli esperti sottolineano la necessità di accordi regionali che garantiscano vie sicure e procedure di accoglienza dignitose.
Appelli e prospettive
L’UNHCR, attraverso il suo portavoce Babar Baloch, invita la comunità internazionale a comprendere il dramma quotidiano di chi vive nei campi e a intervenire per evitare che il 2026 registri un nuovo triste primato. Mettere in luce il dato di quasi 900 morti o dispersi nel 2026 serve a ricordare che dietro le statistiche ci sono persone reali, famiglie spezzate e bambini privati di un futuro. Le soluzioni devono essere multilaterali e con un forte focus sulla protezione, sulle capacità di soccorso e su percorsi alternativi al mare, affinché le acque del Bay of Bengal e dell’Andaman Sea non restino più associate a un cimitero senza nome.