Nei giorni tra il 28 e il 30 maggio 2026 la relazione tra Russia e Armenia ha subito un’ulteriore erosione, con Mosca che ha deciso di richiamare il suo ambasciatore a Yerevan per “consultazioni”. Il richiamo è stato formalmente motivato dalla preoccupazione per le mosse dell’esecutivo armeno verso un avvicinamento all’Unione europea, considerate incompatibili con gli obblighi all’interno dell’Unione economica eurasiatica (EAEU).
Il richiamo dell’ambasciatore e il richiamo alla scelta
Il Ministero degli Esteri russo ha annunciato il rientro dell’ambasciatore S. Kopyrkin a Mosca, contestualizzando la decisione come una risposta alle recenti iniziative di Yerevan. A un vertice in Kazakhstan il presidente Vladimir Putin aveva avvertito dell’opportunità di indire un referendum sul futuro economico dell’Armenia, spiegando che secondo il Cremlino non è possibile conciliare l’appartenenza all’UE con quella all’EAEU.
Queste dichiarazioni sono state interpretate come un forte segnale politico rivolto anche all’opinione pubblica armena.
Un ultimatum geopolitico
L’appello di Putin a scegliere tra Mosca e Bruxelles è stato accompagnato da dichiarazioni della leadership dell’EAEU (Russia, Kazakistan, Bielorussia e Kirghizistan) che hanno annunciato l’intenzione di valutare la possibile sospensione dell’Armenia dall’unione, indicando che la questione sarà riesaminata alla riunione del gruppo prevista a dicembre.
Questa mossa ha trasformato un dibattito politico interno in una scelta con implicazioni economiche e strategiche regionali.
Pressioni economiche: divieti e minacce al mercato energetico
Nelle settimane precedenti il richiamo diplomatico la Russia ha introdotto una serie di restrizioni su prodotti armeni: fiori, acqua minerale, alcolici e poi, a fine maggio, ortofrutta come pomodori, cetrioli, peperoni e fragole. L’agenzia fitosanitaria russa ha giustificato i provvedimenti con controlli sanitari e fitosanitari, ma l’intensificazione delle misure è stata letta come una strategia mirata a esercitare pressione economica prima del voto.
La minaccia sulle forniture energetiche
Oltre ai divieti di importazione, Mosca ha minacciato di sospendere o rivedere gli accordi che garantiscono ad Armenia l’accesso a gas e prodotti petroliferi a condizioni agevolate, nonché la fornitura di diamanti grezzi. Data la dipendenza energetica dell’Armenia da forniture russe — circa l’82% del gas importato nel 2026 proveniva dalla Russia — queste minacce rappresentano un possibile fattore di shock economico immediato per una nazione senza sbocco al mare e con risorse limitate.
Il contesto politico: elezioni e fratture strategiche
L’escalation si inserisce nel quadro della campagna per le elezioni parlamentari del 7 giugno 2026, quando il partito al governo, Civil Contract guidato da Nikol Pashinyan, si presenta in alleanza con attese di aumento del sostegno occidentale. L’opposizione comprende diversi partiti filorussi che sfruttano la narrazione del rischio economico e strategico legato all’allontanamento da Mosca.
Radici della crisi
Le relazioni si erano già incrinate dopo la riconquista da parte dell’Azerbaigian della regione separatisca del Nagorno-Karabakh nel 2026; l’Armenia aveva accusato le forze di pace russe di non essere riuscite a impedire l’offensiva. Nel 2026 il governo armeno aveva poi sospeso la partecipazione ad un blocco regionale di sicurezza guidato da Mosca, segnando un allontanamento politico tangibile.
Le reazioni interne e le prospettive
Il primo ministro Nikol Pashinyan ha risposto alle pressioni energetiche sostenendo che l’integrazione europea a lungo termine porterebbe benefici economici superiori alle possibili perdite dovute all’aumento dei costi energetici. Dal canto loro, i gruppi di opposizione filorussi stanno cercando di capitalizzare il malcontento economico e politico per guadagnare consensi in vista del voto.
Analisti internazionali vedono nelle mosse di Mosca una combinazione di strumenti diplomatici, economici e simbolici usati per segnalare che l’Armenia resta parte del perimetro di influenza russo. L’eventuale sospensione dall’EAEU solleverebbe interrogativi immediati sull’accesso ai mercati e sulle catene di approvvigionamento, determinando potenziali ricadute sul tenore di vita e sulla stabilità politica del piccolo Stato caucasico.
Con le consultazioni diplomatiche in corso e la campagna elettorale che procede, le prossime settimane saranno cruciali per capire se Yerevan manterrà la sua traiettoria verso l’Europa o se le pressioni esterne piegheranno il dibattito politico interno. In ogni caso, le scelte che verranno formalizzate il 7 giugno avranno ripercussioni non solo per l’Armenia ma per l’equilibrio geopolitico del Caucaso meridionale.