(Adnkronos) – L’esofago di Barrett è una condizione spesso silenziosa e poco diagnosticata. A fare il punto è Gianluca Esposito, dirigente medico dell’Uoc delle Malattie dell’apparato digerente dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea di Roma, esperto in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva. Che cos’è l’esofago di Barrett? “L’esofago di Barrett è una complicanza, per fortuna rara, del reflusso gastroesofageo, in cui la mucosa dell’esofago distale si trasforma in tessuto simile a quello intestinale (metaplasia), causata dall’acido che risale dallo stomaco.
E’ considerato una condizione precancerosa”, spiega Esposito. Quali sono i sintomi che dovrebbero metterci in allarme? “I sintomi più comuni sono quelli tipici del reflusso, come il bruciore al petto (pirosi retrosternale) e la sensazione di rigurgito acido che risale verso la gola. A questi – prosegue – possono aggiungersi difficoltà a deglutire (disfagia), dolore toracico non cardiaco e, in alcuni casi, sintomi atipici come tosse persistente, voce rauca o mal di gola.
E’ però importante ricordare che l’esofago di Barrett può non dare alcun sintomo anche in una buona parte dei casi (50-60%), rendendo più difficile sospettarlo solo sulla base dei disturbi”.
“Chi soffre di reflusso da molto tempo dovrebbe prestare attenzione a eventuali cambiamenti – suggerisce lo specialista – come la sensazione che il cibo si blocchi durante il suo passaggio in esofago, il dolore mentre si mangia, una perdita di peso non spiegata o un peggioramento improvviso dei sintomi.
Anche la comparsa di vomito, anemia o segnali di sanguinamento digestivo, come feci scure, rappresenta un campanello d’allarme che necessitano l’esecuzione di una gastroscopia”. Chi rischia di più di sviluppare questa patologia? “Alcune persone hanno una probabilità maggiore di sviluppare questa condizione. Gli uomini sono più colpiti rispetto alle donne e il rischio tende ad aumentare con l’età, soprattutto dopo i cinquant’anni. Anche chi soffre di sintomi da reflusso da molti anni, chi è in sovrappeso o fuma e chi ha familiari con esofago di Barrett o tumore dell’esofago presenta una maggiore predisposizione”, evidenzia Esposito.
Perché è considerata una condizione pericolosa? “L’esofago di Barrett è una condizione seria perché può rappresentare una fase iniziale nel percorso che porta allo sviluppo di un tumore dell’esofago – avverte l’esperto – Le cellule, continuamente esposte all’acido, cambiano nel tempo e diventano più simili a quelle intestinali (metaplasia), con una maggiore probabilità di trasformarsi in cellule tumorali (prima displasia e poi neoplasia). Il problema è che questa evoluzione può avvenire lentamente e senza segnali evidenti, motivo per cui il monitoraggio è fondamentale per individuare eventuali cambiamenti nelle fasi iniziali e trattarli”.
Come avviene la diagnosi di esofato di Barrett? “La conferma richiede un percorso diagnostico specifico. Prima di tutto – illustra Esposito – si esegue la gastroscopia di qualità con cromoendoscopia. Attraverso un endoscopio (un tubicino flessibile con telecamera), il medico osserva direttamente la mucosa esofagea. Durante l’esame si cerca un cambiamento nel colore e nell’aspetto della mucosa: quella normale è rosa pallido, mentre quella di Barrett appare di colore salmone o rosso-arancio. Nel corso della gastroscopia, in caso di sospetto di Esofago di Barrett, vengono eseguite delle biopsie multiple specifiche secondo un protocollo ben definito. Si prelevano piccoli campioni di tessuto e successivamente si effettua l’esame istologico. La cromoendoscopia virtuale ed eventualmente anche l’utilizzo dell’acido acetico permettono di evidenziare aree sospette di trasformazione dove eventualmente effettuare biopsie target”.
Quali sono le cure disponibili oggi? “La terapia dipende dalla presenza o meno di displasia o neoplasia – precisa lo specialista – Nei pazienti con esofago di Barrett senza displasia si utilizzano farmaci che riducono l’acidità dello stomaco (inibitori di pompa protonica), così da limitare il reflusso acido, associati a cambiamenti nello stile di vita, come perdere peso, smettere di fumare ed evitare di sdraiarsi subito dopo i pasti. Quando sono presenti displasia (alterazione delle cellule) o in casi selezionati di forme tumorali molto iniziali, si può intervenire con tecniche endoscopiche avanzate, come ablazione o resezione, evitando interventi più invasivi. Come già detto, è indispensabile una sorveglianza periodica con controlli che per esempio al Sant’Andrea siamo in grado di garantire. Non sono molti i casi che ci capitano nel corso di un anno. Sicuramente, quando il paziente arriva in ospedale lamenta i sintomi già da diversi mesi. Questo perché la diagnosi di questa malattia richiede esperienza e un occhio clinico particolarmente attento”.
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