Il caso Garlasco, ormai un simbolo di mistero nella cronaca italiana, è nuovamente al centro dell’attenzione giudiziaria. Nuove evidenze emerse negli ultimi mesi hanno messo in luce contraddizioni tra i rapporti del RIS di Parma e le decisioni della procura di Vigevano, sollevando interrogativi sulla correttezza delle prime indagini condotte nel 2007.
Le richieste di osservazione di Luciano Garofano
Nel settembre 2007, Luciano Garofano allora comandante dei Raggruppamento Investigazioni Scientifiche di Parma, inviò due messaggi elettronici per partecipare come “osservatore” a due sopralluoghi nella villetta di Garlasco. Il primo, datato 3 settembre, si riferiva a un sopralluogo previsto due giorni dopo; il secondo, dell’8 settembre, riguardava i rilievi del 12 settembre, quando Garofano si definì “comandante del reparto”.
La pm Rosa Muscio titolare dell’indagine a Vigevano, rispose il 9 settembre con un fermo rifiuto, sostenendo che gli accertamenti tecnici irripetibili potevano coinvolgere solo i difensori delle parti e i loro consulenti. La sua decisione fu rafforzata dall’opposizione della difesa dell’indagato, rappresentata da Giovanni ed Eleonora Lucido padre e figlia.
Motivi addotti dalla pm
Muscio sottolineò che la presenza del RIS avrebbe potuto alterare la catena di custodia delle prove, mentre la difesa temeva un possibile conflitto di interessi.
La negazione di Garofano a partecipare si è trasformata in uno dei punti più discussi nella fase di revisione dell’inchiesta, perché avrebbe potuto garantire una maggiore trasparenza nei rilievi tecnici.
Contraddizioni sul campione di DNA di Chiara Poggi
Il 10 settembre 2026, i magistrati di Pavia hanno interrogato il capitano del RIS Alberto Marino sulla scelta di utilizzare un cucchiaino rinvenuto nella villa per estrarre il DNA di Chiara Poggi anziché il campione prelevato dal corpo. Marino ha risposto che “forse non ce l’hanno mandato” e che “non c’era un campione di confronto” della vittima.
Tale dichiarazione contraddice un verbale firmato dallo stesso Marino il 4 settembre 2007, nel quale si afferma di aver prelevato il sangue della vittima come campione di riferimento. La discrepanza tra i due documenti ha riacceso il dibattito su quali prove fossero realmente disponibili ai tempi delle indagini originali.
Implicazioni della contraddizione
Se il campione di sangue fosse stato effettivamente prelevato, l’uso del cucchiaino sarebbe stato superfluo. La mancanza di un chiaro riferimento a tale campione ha spinto gli inquirenti a riaprire la questione della catena di custodia del DNA e a valutare la possibilità di errori procedurali che potrebbero aver compromesso l’integrità delle prove.
Il dossier dei pedali di Alberto Stasi e la relazione psicologica
Parallelamente, i pubblici ministeri di Pavia hanno programmato l’ascolto dell’ex pm Rosa Muscio per approfondire due aspetti: le analisi sul DNA dei pedali della bicicletta di Alberto Stasi e la cosiddetta “relazione psicologica” redatta dalla dottoressa Alessandra Bramante. Quest’ultima, composta da 13 pagine non su carta intestata, manca di firma e data, e contiene osservazioni sul carattere e sulla propensione alla delinquenza di Stasi.
I pedali furono inizialmente dichiarati contenenti tracce di DNA di Chiara Poggi, ma successivi accertamenti, non comunicati dal RIS, avrebbero indicato un risultato negativo. Tale omissione è al centro delle richieste della difesa di Stasi, guidata da Giada Bocellari che sostiene la possibilità di una revisione della condanna.
La relazione di Alessandra Bramante
Il documento, privo di firma e di data, è stato considerato una violazione del codice di procedura penale, perché rappresenta una consulenza psicologica non autorizzata. I magistrati vogliono capire perché il rapporto non sia stato inserito negli atti processuali e chi abbia deciso tale esclusione.
Ulteriori richieste di approfondimento dei legali di Stasi
I difensori di Alberto Stasi hanno avanzato una richiesta di riesame del dispenser del sapone presente nel bagno della villa Poggi. Accanto alle due impronte digitali attribuite a Stasi, il rapporto tecnico originale del RIS riporta altre tracce che all’epoca furono giudicate non utili per confronti, ma che oggi potrebbero fornire ulteriori indizi.
Parallelamente, andrea sempio già coinvolto nella vicenda, ha dichiarato che “la paura di essere vittima di un errore c’è assolutamente” e ha suggerito la necessità di una nuova verifica se permangono dubbi. Tuttavia, ha anche precisato che le indagini condotte fino al 2016, quando il caso fu archiviato, non presentavano errori rilevanti.
Le autorità giudiziarie stanno valutando se queste incongruenze siano sufficienti per riaprire formalmente le indagini o per avviare una revisione del processo, in attesa di ulteriori chiarimenti da parte dei soggetti coinvolti.
