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Sgarbi assolto sull’accusa di riciclaggio, chiarita la questione del dipinto di Manetti

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Il gup di Reggio Emilia chiude il processo: Sgarbi assolto dall’accusa di riciclaggio, archiviati i sospetti sul quadro attribuito a Manetti e sulle indagini preliminari dopo rito abbreviato, decisione definitiva.

La decisione arriva a Reggio Emilia, davanti al gup. Rito abbreviato. Fine del processo. Vittorio Sgarbi è stato assolto dall’accusa di riciclaggio legata al dipinto La cattura di San Pietro, attribuito a Rutilio Manetti.

Sgarbi assolto, il processo sul quadro attribuito a Manetti

La formula è netta: il fatto non costituisce reato. Stop.

Prima, però, c’erano già state altre tappe.

Due imputazioni originarie erano state archiviate al termine delle indagini preliminari. Restava quell’ultima accusa. Quella più esposta. Più raccontata. Anche troppo, diranno poi i difensori.
Il giudice ha valutato gli atti. Le carte, le perizie, il percorso del quadro. E ha deciso. Nessun reato. Non oggi. Non prima.

In aula non c’è clamore. Nessun colpo di scena. Solo la lettura di una decisione che ribalta, di fatto, mesi di narrazioni. Fuori, invece, la storia è già stata consumata. Titoli, sospetti, ricostruzioni spesso frettolose. Qualcuna imprecisa. Altre inutilmente insistenti. Succede. Soprattutto quando il nome è noto.

Il procedimento si è svolto con rito abbreviato, quindi sugli atti. Nessun dibattimento lungo, nessuna sfilata di testimoni. Tutto più rapido. Più secco. Come il verdetto finale.

Manetti sullo sfondo, Sgarbi assolto e le parole dei legali

A parlare, dopo la sentenza, sono gli avvocati. Le fonti sono loro. Alfonso Furgiuele e Giampaolo Cicconi, difensori di Sgarbi.
La dichiarazione è lunga. Densa. Anche polemica.

“Dopo un giudizio regolare, innanzi agli organi giudiziari, il prof. Vittorio Sgarbi è stato assolto perché il fatto non costituisce reato anche dall’imputazione residua”, spiegano. Poi ricordano ciò che spesso resta ai margini: “dopo l’archiviazione, per altri due reati originariamente contestati, già conseguita all’esito delle indagini preliminari”.

Non si fermano lì. Anzi. Allargano il discorso. Parlano di esposizione mediatica, di danni. “Ciò dimostra, ancora una volta, come la macchina del fango attivata con gli strumenti mediatici provochi ingiusti – e difficilmente riparabili – danni morali e materiali, per un cittadino innocente”.

Parole pesanti. Non casuali. Arrivano dopo mesi in cui il quadro di Manetti era diventato quasi un simbolo. Più del processo stesso. Un oggetto carico di sospetti, passaggi, attribuzioni. Di chi era. Da dove veniva. Come era circolato.
Domande legittime, certo. Ma che ora restano sospese. Senza un reato a sostenerle.

Il caso giudiziario si chiude qui. Resta altro, forse. La discussione pubblica. La velocità con cui si costruisce una colpa. E la lentezza con cui, invece, si registra un’assoluzione. Cronaca, anche questa. Con i suoi tempi e le sue cicatrici.