Negli scambi avviati a Islamabad tra delegazioni statunitensi e iraniane non è stato concluso un accordo definitivo, secondo le parole del vicepresidente Usa J.D. Vance. Dopo aver consegnato quello che ha descritto come la sua offerta finale, Vance ha lasciato il Pakistan per tornare negli Stati Uniti sostenendo che l’Iran non ha fornito una promessa formale di rinunciare all’arma nucleare.
Questa fase di negoziato si svolge in un contesto già segnato da pesanti contestazioni politiche e militari nella regione.
L’incontro di prima linea, avviato con un primo ciclo di colloqui durato meno di due ore, ha visto la partecipazione di figure di alto profilo per entrambe le parti: oltre a Vance, nella delegazione Usa figuravano l’inviato Steve Witkoff e Jared Kushner; dall’altra parte erano presenti il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il presidente del Consiglio di sicurezza Ali Akbar Ahmadian e il governatore della banca centrale Abdolnasser Hemmati.
I colloqui includono discussioni su un possibile accordo quadro che affronti soprattutto la sicurezza regionale e le questioni economiche.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Una delle questioni più critiche emerse durante i negoziati è lo stato dello Stretto di Hormuz, via strategica per il traffico petrolifero. Fonti iraniane e l’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, hanno denunciato che i colloqui sono stati oscurati da una disputa «grave» su Hormuz e dalle cosiddette «richieste eccessive» americane. Sul piano operativo, il Comando centrale statunitense (Centcom) ha reso noto che due cacciatorpediniere della Marina Usa hanno attraversato lo stretto per preparare attività di sminamento, una mossa che secondo gli Usa dovrebbe favorire la libera circolazione delle merci e la sicurezza marittima nella zona.
Operazioni navali e avvertimenti
Il passaggio delle navi Usa rappresenta la prima azione di questo tipo dall’inizio del conflitto nella regione, e Centcom ha affermato di voler stabilire una rotta sicura da condividere con l’industria marittima. Teheran ha però rilanciato dichiarazioni dure: emittenti di Stato e rappresentanti della delegazione hanno ammonito che le unità iraniane avrebbero potuto attaccare navi che non rispettavano avvertimenti, e alcuni esponenti hanno chiarito che se gli impegni internazionali non verranno rispettati l’Iran manterrà il controllo sullo stretto.
Divisioni politiche e pressioni esterne
I colloqui sono stati accompagnati da pressioni e interventi esterni: il premier israeliano ha rivendicato operazioni contro componenti del programma nucleare iraniano, mentre Parigi e altri attori internazionali hanno invitato a cogliere l’occasione per una de-escalation. Il presidente francese Emmanuel Macron ha sollecitato il presidente iraniano Massoud Pezeshkian a sfruttare i negoziati per ottenere una de-escalation duratura e garanzie sulla libertà di navigazione. Al contempo, l’amministrazione Usa ha ricevuto critiche e suggerimenti da figure come l’ex presidente Donald Trump, che ha parlato pubblicamente di capacità di sminamento avanzate e della necessità di liberare Hormuz per gli alleati internazionali.
Impatto regionale e militare
La situazione sul terreno resta tesa: le forze israeliane hanno dichiarato di aver colpito numerosi obiettivi di Hezbollah in Libano, mentre il quadro diplomatico coinvolge Paesi come il Pakistan, che ha ospitato i colloqui, e attori del Golfo che seguono con preoccupazione l’evolversi degli eventi. I negoziatori iraniani hanno ribadito la volontà di difendere gli interessi nazionali con fermezza, ma hanno sottolineato anche la cautela nel non farsi «ingannare» da promesse non verificabili.
Prospettive e prossimi passi
Nonostante segnali di confronto e alcuni avanzamenti sulle bozze di testo, la posizione ufficiale di Washington resta quella di non aver ottenuto una garanzia definitiva sul disarmo nucleare iraniano. Vance ha annunciato il ritorno negli Stati Uniti dopo la consegna dell’offerta finale, lasciando aperta la porta a futuri contatti solo se nasceranno condizioni di fiducia reciproca. I colloqui di Islamabad rappresentano comunque un momento storico di contatto diretto tra le due parti: se confermato, è il primo faccia a faccia di alto livello dal 1979, e il suo esito influenzerà non solo la sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz ma anche i flussi finanziari legati allo sblocco di asset e le dinamiche di sicurezza in Libano e Iraq.
In definitiva, la trattativa resta fragile: elementi militari, pressioni politiche e la mancanza di una promessa definitiva sull’arma nucleare tengono aperti scenari di escalation o di negoziato prolungato, mentre la comunità internazionale osserva con attenzione ogni sviluppo e ogni possibile apertura per una soluzione sostenibile.