La stagione di Uomini e Donne volge al termine e, tra ascolti e commenti social, è tornata al centro del dibattito una critica severa firmata da Aldo Grasso sul Corriere della Sera. L’analisi non si limita a bollare il programma come semplice trash, ma propone un’interpretazione più profonda: il dating show come un dispositivo che trasforma la sfera privata in un prodotto confezionato per lo spettacolo.
Secondo il critico, la trasmissione non sarebbe un semplice specchio delle relazioni contemporanee, bensì una macchina che opera una vera e propria impagliatura dei sentimenti, riducendo l’intimità a un formato riconoscibile e ripetibile. Nei passaggi dell’analisi emergono parole chiave come umiliazione pubblica, stereotipi femminili e la questione della figura del conduttore che, apparentemente distaccata, legittima il meccanismo narrativo.
La critica di Aldo Grasso
Nella ricostruzione di Aldo Grasso il problema non è la volgarità di superficie, ma la progettualità con cui si costruisce la scena emotiva. Il commentatore parla di un processo in cui i moti dell’animo vengono catalogati come semilavorati televisivi: emozioni trasformate in segmenti replicabili per aumentare lo share e la visibilità sui social.
Questa diagnosi sposta lo sguardo dalla mera valutazione morale a una lettura strutturale del programma come prodotto studiato per funzionare in modo efficiente e prevedibile.
L’umiliazione come motore narrativo
Un punto centrale dell’attacco è l’affermazione che l’umiliazione pubblica non sia un incidente, ma un vero e proprio motore narrativo. Grasso sottolinea come la sequenza delle dinamiche umane – dall’analisi dell’aspetto fisico allo sfruttamento delle fragilità caratteriali – sia orchestrata per creare tensione e coinvolgimento. Il risultato, secondo il critico, è una rappresentazione che privilegia l’effetto emotivo immediato sulla dignità delle persone coinvolte.
Rappresentazione del femminile e stereotipi
La questione della rappresentazione della donna occupa un capitolo importante della critica: la figura femminile, nella visione di Grasso, retrocede a stereotipo ripetuto, oscillando tra il ruolo di preda esposta e quello di figura aggressiva in competizione per il favore maschile. Questo schema, osserva il critico, non solo riflette modelli antichi, ma li rinforza, ostacolando racconti più sfumati e autentici delle relazioni.
Il ruolo della conduttrice
Nel mirino finisce anche la conduzione: Maria De Filippi viene descritta come capace di disinnescare la colpa, cioè di rendere accettabili e quasi rassicuranti comportamenti altrimenti criticabili. La postura apparentemente distaccata della conduttrice, il silenzio calibrato o l’intervento morale quando il baccano supera la soglia, secondo Grasso, funzionano come meccanismi che legittimano il format e mascherano la sua carica manipolatoria.
Conseguenze e possibili reazioni
Di fronte a questa lettura, le reazioni possibili sono varie: dal rifiuto della critica da parte dei fan, all’indifferenza strategica della produzione, fino a un dibattito più ampio sul ruolo dei media nel trattare la vita privata. È plausibile che la conduttrice scelga di non rispondere pubblicamente, mantenendo la sua consueta distanza dalle polemiche. Tuttavia, la discussione sollevata dall’analisi invita a riflettere sulle responsabilità etiche di programmi che trasformano storie personali in intrattenimento.
Cosa resta allo spettatore
Per il pubblico resta la capacità di guardare criticamente: riconoscere le dinamiche messe in scena può cambiare lo sguardo e ridurre il potere anestetizzante del formato. La critica di Grasso non elimina il valore ludico o relazionale dello show, ma propone di riportare in primo piano la domanda su che tipo di narrazioni vogliamo alimentare e su quali costi morali si reggano gli spettacoli di largo consumo.