Il presidente Donald Trump è arrivato a Pechino il 12 maggio 2026 per un vertice di due giorni con il presidente Xi Jinping, il primo faccia a faccia dopo sei mesi dalla tregua nella guerra commerciale. L’incontro, rinviato a marzo a causa del conflitto tra Usa e Israele e l’Iran, ha un forte carattere simbolico: Trump cerca un successo di politica estera in un periodo in cui la gestione della crisi mediorientale ha aumentato le tensioni interne.
Sullo sfondo, il confronto tra le due potenze è reso ancora più complesso dalle ripercussioni economiche del conflitto e dalla necessità di gestire una competizione intensa ma contenuta.
La crisi del Medio Oriente ha avuto effetti diretti sulle relazioni economiche: la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran e le contromisure navali hanno interrotto rotte commerciali e ridotto le importazioni di greggio della Cina.
In questo contesto, Trump preme perché Pechino partecipi a una «operazione internazionale» per riaprire il corridoio marittimo, proposta a cui il governo cinese si è mostrato reticente. Xi, dal canto suo, mira a ottenere concessioni su temi concreti quali il commercio, le risorse di terre rare e un maggiore riconoscimento statunitense sui diritti di Pechino riguardo a Taiwan.
Che cos’è il «G2» e perché riemerge
Il concetto di G2, un tandem politico tra Usa e Cina per governare alcune dinamiche globali, risale a proposte del 2005 e fu ripreso in varie forme negli anni successivi. La sua idea centrale è che le due economie più grandi possano assumersi responsabilità condivise per stabilizzare mercati e affrontare sfide globali, senza però imporre un dominio unilaterale. Nel 2009 l’amministrazione Obama avviò il Strategic and Economic Dialogue con Pechino, un tentativo di mantenere canali di cooperazione su clima, energia e questioni strategiche. Oggi la formula ritorna come etichetta mediatica, ma la sostanza resta controversa: molti osservatori vedono nel vertice più un’occasione per gestire la competizione che per costruire un patto esclusivo.
Perché gli esperti restano scettici
Analisti come Jing Gu definiscono l’incontro soprattutto come una fase di ricognizione strategica: entrambe le parti vogliono sondare limiti e linee rosse dell’altra per evitare rotture improvvise. Steve Tsang e altri osservatori ritengono probabile un accordo commerciale di circostanza, utile a dichiarare il successo del vertice, ma non una transizione verso un governo condiviso del sistema internazionale. Un ostacolo fondamentale è la crescita relativa della Cina in tecnologia e capacità produttive: molti esperti sottolineano che Washington difficilmente accetterà Pechino come pari in tutti i domini strategici, rendendo difficile un impegno cooperativo profondo e duraturo.
Commercio, risorse critiche e tecnologia sul tavolo
Tra i punti caldi del colloquio figurano il commercio, il controllo delle risorse critiche come le terre rare e la governabilità delle nuove tecnologie. La posizione cinese sul controllo delle catene di approvvigionamento e la sua leadership nella raffinazione di terre rare conferiscono a Pechino un vantaggio geopolitico che alimenta il suo potere contrattuale. Parallelamente, la discussione sull’intelligenza artificiale è destinata a essere centrale: Washington valuta dialoghi mirati sulla safety degli algoritmi, ma chiede anche misure per mantenere il vantaggio tecnologico attraverso restrizioni all’export e il contenimento dei flussi di chip avanzati.
AI: dialogo limitato e pressione strategica
Esperti del settore suggeriscono che un dialogo sull’AI dovrebbe essere circoscritto alle questioni di sicurezza, evitando che le negoziazioni si trasformino in un accesso facilitato alla tecnologia americana. Alcuni think tank propongono una strategia combinata: apertura di canali tecnici per definire rischi condivisi e, contemporaneamente, rafforzamento dei controlli alle esportazioni per allungare il divario tecnologico a favore degli Usa. L’idea è che, se il vantaggio tecnologico americano si dilatasse significativamente, Pechino avrebbe incentivi concreti a rispettare impegni di sicurezza per timore di ritorsioni efficaci.
Reazioni internazionali e il timore dell’esclusione
Il possibile avvicinamento tra le due superpotenze suscita preoccupazioni tra gli alleati e i paesi emergenti. L’Unione Europea teme di essere esclusa da accordi commerciali vantaggiosi e al tempo stesso lavora per ridurre la dipendenza da risorse energetiche e minerarie critiche. Paesi del BRICS come India e Brasile spingono per mantenere autonomia strategica e stanno rafforzando intese bilaterali, mentre il Global South non accetta di essere trattato come terreno neutrale di competizione: cerca invece opzioni, finanziamenti e tecnologie che non lo vincolino ai dettami di una coppia di poteri. In definitiva, il vertice di Pechino potrebbe placare temporaneamente alcune tensioni, ma difficilmente cancellare le rivalità strutturali che definiscono l’era contemporanea.