In un colpo di scena che ha scosso il panorama bancario italiano, il Consiglio di Amministrazione di Banco BPM ha deciso di interrompere le trattative per una possibile fusione con Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS). La decisione, presa all’unanimità, è arrivata dopo un’intervento deciso da parte di Crédit Agricole, primo azionista di Banco BPM con una quota del 29,3%.
La vicenda, che ha tenuto banco per settimane, rappresenta uno degli snodi più importanti del risiko bancario italiano. A inizio giugno 2026, Intesa Sanpaolo aveva lanciato un’Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) su MPS del valore di circa 30,6 miliardi di euro. Contestualmente, Banco BPM aveva avviato discussioni per esplorare un’operazione di fusione o aggregazione alla pari con Siena, ipotizzando la nascita di un terzo grande polo bancario italiano.
Il ruolo decisivo di Crédit Agricole
La svolta è arrivata quando Olivier Gavalda, CEO di Crédit Agricole, ha dichiarato: «Non abbiamo ricevuto alcun progetto, né alcuna informazione su una potenziale fusione tra MPS e BPM e, Questa presa di posizione ha avuto un impatto immediato, portando il Consiglio di Amministrazione di Banco BPM a interrompere le consultazioni.
La decisione è stata comunicata formalmente a MPS, segnando la fine di un percorso che aveva visto i CEO Luigi Lovaglio (MPS) e Giuseppe Castagna (Banco BPM) lavorare tramite gli advisor (Citi, Goldman Sachs per BPM; BofA, UBS per MPS) per valutare un piano alternativo. Tra le opzioni studiate vi erano la riduzione delle differenze di valutazione tramite dividendi straordinari e valorizzazioni di partecipazioni, oltre alle garanzie richieste dagli enti locali.
Le divergenze interne in MPS
La trattativa ha generato divergenze interne in MPS, con alcuni consiglieri di amministrazione che hanno sollevato rilievi e chiesto chiarimenti sulla gestione. La decisione di oggi, presa all’unanimità, ha messo fine a mesi di discussioni e analisi, lasciando aperta la domanda su quale sarà il prossimo passo per entrambe le banche.
Con la fusione bloccata, l’attenzione si sposta ora su altre possibili aggregazioni nel settore bancario italiano. La vicenda dimostra come gli interessi degli azionisti possano influenzare significativamente le strategie aziendali, anche in un contesto di grandi riforme e consolidamenti.
