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cardiologo aggredito al san giovanni di dio di crotone: appello per maggior sicurezza

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un cardiologo dell'ospedale san giovanni di dio di crotone è stato aggredito da un familiare di un paziente; i sindacati denunciano l'emergenza e chiedono misure concrete per la sicurezza

Violenza contro il personale sanitario all’ospedale San Giovanni di Dio di Crotone: il cardiologo Antonio Sulla è stato aggredito da un familiare di un paziente che lo ha afferrato al collo mentre era in servizio. L’episodio, reso noto il 12 febbraio 2026, non ha causato danni fisici gravi, ma ha riacceso il dibattito sulle carenze organizzative e di sicurezza nel reparto.

Sindacati e rappresentanze dei lavoratori hanno espresso forte condanna, mentre fonti ospedaliere sottolineano criticità nella gestione dei flussi e nella protezione del personale.

I fatti
Secondo la ricostruzione, l’aggressione è avvenuta durante il turno: un parente di un paziente, già agitato, ha afferrato il medico al collo. La situazione non è degenerata ulteriormente grazie all’intervento del personale presente, che ha mediato l’accaduto. Il dottor Sulla si è potuto allontanare e si è recato al pronto soccorso per il referto medico; nonostante lo spavento e il trauma, è poi tornato a svolgere il proprio servizio. La direzione dell’ospedale è stata informata e sono in corso accertamenti interni.

Reazioni istituzionali
Le organizzazioni sindacali hanno reagito con durezza: chiedono misure di sicurezza più stringenti e tutele legali per chi lavora in corsia. Anaao Assomed ha parlato di un episodio inaccettabile, mentre la Cgil ha definito la vicenda un’offesa grave alla dignità del personale sanitario, legandola a un più ampio problema sociale che vede gli operatori pagare le fragilità del sistema. Al momento non risultano provvedimenti disciplinari o denunce formali comunicati pubblicamente.

Cosa è successo e come è intervenuto il medico
Dalle testimonianze emerge che il dottore aveva chiesto l’aiuto di un familiare per contenere un paziente in evidente stato di agitazione: una scelta dettata dall’urgenza del momento. La reazione del parente è stata però imprevedibile e violenta. Il medico è riuscito a liberarsi, ha ricevuto assistenza e si è fatto refertare. Il fatto che sia ritornato al lavoro dopo l’episodio ha suscitato ammirazione per la dedizione, ma anche preoccupazione per l’assenza di garanzie reali sulla sicurezza.

Conseguenze immediate
L’aggressione riapre domande sul livello di protezione offerto agli operatori sanitari, specie in reparti già affaticati da carichi di lavoro elevati e organici ridotti. Analisi interne e osservazioni sindacali puntano il dito su turni massacranti e mancanza di supporti, fattori che aumentano la probabilità di situazioni critiche. Serve, secondo le parti, l’adozione di protocolli chiari per gestire pazienti agitati e procedure certe per la tutela del personale.

Le richieste dei sindacati
I sindacati chiedono interventi concreti: protocolli per il contenimento delle situazioni di agitazione, procedure di segnalazione degli episodi, formazione specifica sul controllo dell’aggressività e potenziamento delle tutele legali per le vittime. Tra le proposte più nette figurano la presenza di posti di polizia fissi in ospedale e una vigilanza privata attiva h24. Inoltre sollecitano monitoraggio periodico degli episodi e report pubblici sull’efficacia delle contromisure adottate, per garantire trasparenza e responsabilità.

La posizione della Cgil
La Cgil interpreta l’accaduto come sintomo di una più ampia emergenza sociale: operatori trasformati in uno “scudo” delle disfunzioni del sistema, privi delle garanzie necessarie. Il sindacato chiede misure urgenti per ripristinare la sicurezza e la dignità professionale, ribadendo che la questione non riguarda solo la singola aggressione, ma condizioni strutturali che rendono il lavoro sanitario sempre più rischioso.

Proposte e responsabilità dell’azienda sanitaria
Le organizzazioni sindacali puntano il dito anche sulla responsabilità dell’azienda sanitaria: servono protocolli condivisi con le forze dell’ordine, investimenti mirati e assunzioni per alleggerire i carichi. I sindacati denunciano l’assenza di riscontri formali e chiedono un calendario preciso di interventi e incontri con la direzione. Sul tavolo, oltre alla vigilanza, ci sono formazione obbligatoria, procedure interne di allerta e sistemi di supporto psicologico per il personale.

Misure organizzative e cultura della sicurezza
Oltre alla sicurezza fisica, viene richiamata l’urgenza di rafforzare la cultura della prevenzione: protocolli standardizzati per le crisi comportamentali, percorsi formativi obbligatori e chiare linee di comunicazione interna che permettano al personale di chiedere aiuto senza esporsi. Le sigle sindacali attendono ora risposte concrete sui tempi di attuazione e sulla calendarizzazione dei tavoli di confronto.

Dati e contesto
I sindacati citano dati che mostrano ritmi di lavoro intensi e un rapporto personale/utenza al di sotto degli standard desiderati. La concentrazione delle attività nelle fasce di maggior afflusso, l’uso frequente degli straordinari e la carenza di organico aumentano il rischio di errori e l’affaticamento. A livello macro, vincoli di bilancio e pressioni sui costi limitano la capacità delle amministrazioni di assumere e investire rapidamente, rendendo necessarie scelte di priorità condivise.

Variabili e impatti settoriali
Le principali variabili in gioco sono la disponibilità di personale qualificato, l’efficacia dei protocolli di sicurezza e la governance aziendale. Interventi mirati su formazione, turnazione e presidio della sicurezza possono ridurre l’esposizione al rischio, ma richiedono risorse stabili e pianificate. I reparti di emergenza-urgenza e la medicina interna risultano particolarmente vulnerabili e potrebbero trarre i maggiori benefici da investimenti mirati.

Outlook
Nei prossimi mesi è atteso un confronto tra azienda sanitaria e parti sociali per definire tempi e contenuti delle misure promesse: assunzioni programmate, riduzione degli straordinari, adozione di protocolli condivisi e un piano di monitoraggio degli episodi. La sostenibilità delle soluzioni dipenderà da allocazioni pluriennali e da una chiara ripartizione delle responsabilità tra istituzioni locali e azienda sanitaria.

Conclusione pratica
L’aggressione al dottor Antonio Sulla ha riacceso una questione nota mappena risolta: la sicurezza nei luoghi di cura non si affida soltanto a telecamere o vigilanza, ma a risorse umane adeguate, protocolli efficaci e a una cultura organizzativa che protegga chi assiste. Le parti interessate chiedono ora misure concrete e tempi certi; la palla passa alle istituzioni e alla direzione ospedaliera perché trasformino le parole in fatti verificabili.