La vicenda che ha portato all’arresto di Youssef Siher si è sviluppata tra il tracciamento digitale e gli accertamenti degli apparati di sicurezza. Il Movimento 17 ottobre, attraverso canali Telegram e Instagram, aveva promosso mobilitazioni in diverse città; dopo gli eventi della scorsa settimana la polizia postale e la Digos hanno avviato indagini che hanno portato a un fermo sabato mattina a Milano.
Il fermo a Milano e il ruolo della moglie
All’alba del sabato 24 ottobre gli agenti sono intervenuti in un appartamento alla periferia di Milano dove si trovava il 30enne, formalmente residente in provincia di Brescia. Il giovane è stato poi trasferito al carcere di San Vittore. Nel corso delle indagini la polizia postale ha ricostruito che le pagine del gruppo erano gestite da due amministratori: Siher e la moglie.
La donna, 32 anni, è indagata in concorso con il marito per istigazione a delinquere; secondo gli inquirenti sarebbe stato il suo telefono a permettere agli agenti di localizzare il domicilio dove il 30enne si trovava il sabato mattina.
La coppia, sposata lo scorso settembre, risulta avere residenze anagrafiche diverse: lui con legami nel Bresciano, lei formalmente a Como, ma avrebbero vissuto insieme in provincia di Milano.
Le indagini in corso includono l’analisi dei dispositivi elettronici per ricostruire contatti, comunicazioni e modalità organizzative del movimento.
Tracciamento digitale, Aisi e collaborazione con Meta
Per identificare l’amministratore dei profili social che avevano promosso le mobilitazioni, la polizia postale ha attivato accertamenti tecnici e ha richiesto collaborazione a Meta per monitorare l’account Instagram del gruppo. Parallelamente, una task force degli apparati di sicurezza, incluse strutture dell’Aisi, ha incrociato dati informativi che hanno contribuito a restringere il cerchio intorno al 30enne. Questo incrocio tra intelligence e attività tecnica ha consentito di localizzare l’indagato anche quando il suo telefono risultava spento.
Numeri e diffusione dei messaggi
Dai primi riscontri emerge che i messaggi del movimento avrebbero potuto raggiungere una platea complessiva stimata in circa 150mila persone: 100mila su Telegram e 50 mila su Instagram. Le indicazioni per le proteste erano destinate a utenti in almeno 8 città, ma molte comunicazioni sono state bloccate dall’intervento della polizia postale e della Digos prima che potessero tradursi in appuntamenti concreti nelle piazze.
Procedimenti e profilo dell’indagato
Il 30enne è indagato per istigazione a delinquere aggravata e, in relazione agli sviluppi dell’inchiesta, è stato iscritto anche per reati collegati all’organizzazione di violenza nelle manifestazioni pubbliche. La pm di Milano Francesca Crupi ha annunciato l’intenzione di chiedere la convalida del fermo lunedì 26 ottobre; dopo la trasmissione degli atti al giudice per le indagini preliminari verrà fissata l’udienza di convalida.
Nel profilo professionale del 30enne sono presenti collaborazioni come giornalista freelance, tra cui rapporti con Il Fatto Quotidiano, e attività di ricerca. Le analisi ora si concentrano sui dispositivi sequestrati: dal cellulare e dal computer gli inquirenti intendono ricostruire la rete di contatti e le modalità di coordinamento del gruppo.
Indagini parallele e perquisizioni
Oltre al fermo a Milano, le attività investigative hanno riguardato perquisizioni e verifiche in più luoghi collegati al 30enne. Gli organi impegnati nell’operazione restano la polizia postale, la Digos e le strutture di intelligence che hanno fornito input informativi. Le verifiche continueranno con l’analisi dei dati digitali per accertare il grado di responsabilità e la possibile rete di contatti personali dell’indagato.
La vicenda illustra come, in operazioni complesse, l’incrocio tra strumenti tecnici e informazioni d’intelligence possa determinare l’esito delle indagini. Al centro restano l’esame delle comunicazioni e la verifica delle responsabilità per gli avvisi circolati sui canali del Movimento 17 ottobre.
