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Coalizione internazionale avvia le basi legali per processare il crimine di aggressione

Coalizione internazionale avvia le basi legali per processare il crimine di aggressione

Una coalizione di paesi europei, insieme a Australia, Costa Rica e la UE, ha approvato le premesse legali per un tribunale che indagherà sul crimine di aggressione contro l'Ucraina; rimangono però nodi politici, finanziari e giuridici da risolvere.

Una coalizione composta da 34 nazioni europee, insieme ad Australia, Costa Rica e alla UE, ha avviato i passaggi formali per partecipare a un tribunale speciale pensato per perseguire il crimine di aggressione connesso alla guerra in Ucraina. Il passo istituzionale è stato sancito con una risoluzione adottata dal Consiglio d’Europa, che ha tracciato il quadro giuridico necessario per l’istituzione del foro.

L’obiettivo dichiarato è colmare una lacuna: la Corte penale internazionale non dispone infatti della stessa competenza per perseguire l’atto di iniziare la guerra come reato autonomo, pur avendo già emesso mandati d’arresto per specifici crimini di guerra.

Secondo il segretario generale del Consiglio d’Europa, il momento per avanzare verso responsabilità e giustizia è ormai vicino e richiede impegni concreti per garantire il funzionamento e il finanziamento del tribunale.

L’intesa segue un accordo firmato l’anno scorso tra il presidente Volodymyr Zelensky e il Consiglio d’Europa. Anche se l’intenzione era di avviare le attività già quest’anno, la risoluzione recente privilegia la costruzione di un consenso internazionale robusto per poter in seguito processare alti funzionari ritenuti responsabili, incluso Vladimir Putin. È utile ricordare che la Russia era stata espulsa dal Consiglio d’Europa poco dopo l’avvio dell’invasione su larga scala nel febbraio 2026.

Chi ha aderito e chi non ha sottoscritto

La lista dei firmatari comprende la maggior parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa: tra questi figurano tutti i 27 paesi dell’Unione europea ad eccezione di Ungheria, Slovacchia, Bulgaria e Malta. Alla coalizione si sono affiancati anche Australia, Costa Rica e la stessa UE in quanto entità. Tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa che al momento non hanno aderito ci sono Turchia, Serbia, Georgia e Azerbaigian. Questa distribuzione riflette equilibri politici e sensibilità diverse: per alcuni governi la partecipazione comporta conseguenze diplomatiche e impegni finanziari non trascurabili.

Le ragioni delle assenze

Le rinunce o le esitazioni alla firma si spiegano con fattori di natura politica, strategica e pratica. Alcuni Paesi valutano l’impatto sulle relazioni bilaterali con Russia, altri pongono questioni sul mandato e sulla competenza legale del tribunale speciale. Infine, non mancano dubbi sulle risorse: il tribunale richiederà finanziamenti continuativi e meccanismi amministrativi complessi per poter garantire processi equi e credibili.

Come funzionerebbe il tribunale e le sfide giuridiche

Il progetto punta a istituire un meccanismo in grado di giudicare il crimine di aggressione, definito come l’atto di iniziare o condurre una guerra di aggressione. Questo tipo di reato è tra i più difficili da perseguire a livello internazionale proprio per la sua natura politico-militare e per i limiti di giurisdizione della Carta della Corte penale internazionale. Il nuovo tribunale dovrebbe dunque operare su una base contrattuale tra Stati e organismi internazionali, che ne riconoscano la competenza e ne assicurino il finanziamento.

Rapporto con la Corte penale internazionale

La relazione tra il tribunale speciale e la Corte penale internazionale è centrale: mentre la Corte continua a perseguire specifici crimini di guerra e ha emesso mandati d’arresto per persone ritenute responsabili di tali reati, il tribunale speciale sarebbe mirato esclusivamente all’accertamento della responsabilità per l’atto di aggressione. In pratica, i due percorsi potrebbero coesistere e completarsi, ma dipenderà dal livello di cooperazione internazionale e dalle scelte procedurali adottate dalle parti coinvolte.

Un appello per il giornalismo indipendente: il caso di The Moscow Times

Parallelamente allo sviluppo di questi strumenti giuridici internazionali, il panorama dell’informazione sul conflitto resta sotto pressione. The Moscow Times ha reso noto che l’Ufficio del Procuratore Generale russo lo ha dichiarato organizzazione «indesiderabile», aggravando una precedente etichettatura come «agente straniero». Questa decisione rende potenzialmente penale il lavoro dei suoi giornalisti e aumenta i rischi per il personale. L’editore sostiene che le autorità accusano la testata di screditare le scelte del governo russo, mentre la redazione rivendica il ruolo di informare con rigore e indipendenza.

In risposta, The Moscow Times ha lanciato un appello ai lettori per sostenere la propria attività: piccoli contributi mensili, a partire da 2 dollari, sono presentati come un modo concreto per difendere il giornalismo indipendente di fronte a misure repressive. Secondo la testata, il supporto dei lettori è essenziale per continuare a documentare eventi e per fornire informazioni verificate in un contesto sempre più ostile alla libertà di stampa.