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Come la musica, la ricerca e la memoria si intrecciano: dal Festival alle novità sull’Alzheimer

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Scopri come il Festival di Sanremo accende reti cerebrali complesse, come la Palmitoiletanolamide può modulare la neuroinfiammazione e perché la pubblicità nostalgica riattiva ricordi condivisi

La relazione tra musica, memoria e salute cerebrale offre uno specchio sorprendente su come esperienze quotidiane e progressi scientifici si influenzino a vicenda. Dal palco di un grande festival alla scoperta di molecole prodotte dall’organismo, passando per la forza evocativa di uno spot televisivo, emergono temi convergenti: emozione, attivazione cerebrale e strategie per preservare la funzione cognitiva.

Questo articolo mette in fila tre prospettive: l’effetto della musica sul cervello, i nuovi risultati sulla Palmitoiletanolamide (Pea) e un caso di comunicazione che sfrutta la memoria collettiva per creare legami emotivi. L’intento è mostrare come arti, scienza e comunicazione si intersechino nel campo della salute mentale.

Musica e cervello: una rete che si accende

Ascoltare una canzone non coinvolge soltanto l’orecchio: attiva una vera e propria macchina biologica. Come spiega il Prof. Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele di Roma, la musica mette in gioco simultaneamente aree deputate all’udito, al linguaggio, al ritmo, alla memoria, al movimento e alle emozioni. Questa attivazione incrociata crea quello che si può definire un’attivazione a rete, rara in altre esperienze sensoriali.

Quali aree cerebrali si attivano

La prima tappa è la corteccia uditiva, che processa suoni e melodie. Quando si canta, si mobilitano i circuiti del linguaggio nell’emisfero sinistro; se un ritornello suscita forte emozione, entra in gioco il sistema limbico. Il ricordo associato a una canzone coinvolge l’ippocampo, mentre il battito del piede o il canto coinvolgono il cervelletto e le aree motorie. Questa sincronia funzionale facilita la creazione e il recupero di ricordi.

Effetti pratici: memoria e resilienza

La musica mostra efficacia anche in contesti clinici: persone con decadimento cognitivo o malattia di Alzheimer spesso conservano la capacità di ricordare melodie apprese in gioventù. Anche chi ha perduto il linguaggio dopo un ictus talvolta riesce a cantare parole già note, un fenomeno che sottolinea come la musica possa aggirare o rinforzare circuiti danneggiati. L’attività musicale contribuisce alla riserva cognitiva, quel patrimonio di connessioni neurali che aiuta il cervello a far fronte a processi degenerativi.

Infiammazione, Pea e potenziali vie per l’Alzheimer

Accanto ai benefici comportamentali, la ricerca biologica sta esplorando strumenti per frenare i processi che danneggiano il tessuto nervoso. Tra questi, la Palmitoiletanolamide (Pea) è una molecola prodotta naturalmente dall’organismo che ha mostrato proprietà neuroprotettive e di modulazione dell’infiammazione e del dolore. Uno studio della Fondazione Santa Lucia IRCCS, pubblicato su Frontiers in Immunology, ha ampliato la nostra comprensione dei suoi meccanismi d’azione.

Le cellule dendritiche al centro dell’attenzione

Il lavoro dei ricercatori identifica per la prima volta le cellule dendritiche come bersaglio della Pea. Queste cellule agiscono come sentinelle del sistema immunitario, riconoscendo segnali di pericolo e modulando la risposta dei linfociti T, con effetti sulla regolazione dell’infiammazione. Trattate con Pea, le cellule dendritiche risultano più efficienti nel comunicare e coordinare una risposta immunitaria adeguata, elemento cruciale in uno stato di neuroinfiammazione persistente come quello osservato nell’Alzheimer.

Implicazioni diagnostiche e preventive

Secondo Paola Bossù, responsabile del laboratorio che ha condotto lo studio, modulare i meccanismi che scatenano l’infiammazione cronica può avere un effetto protettivo su numerose patologie neurodegenerative. Una risposta immunitaria inadeguata potrebbe essere rilevabile anche in persone asintomatiche: perciò ogni molecola o approccio che regoli questi processi è di grande interesse per la medicina preventiva.

Memoria collettiva e comunicazione: la nostalgia che parla al cervello

La terza prospettiva che unisce musica e neuroscienza riguarda l’uso della memoria emotiva nella comunicazione. Un esempio recente è la campagna pubblicitaria che ha riportato in televisione uno storico slogan degli anni ’90, aggiornandolo ai temi della connettività, del 5G e dell’intelligenza artificiale. Utilizzando la nostalgia, la campagna riattiva ricordi condivisi e dimostra quanto forti possano essere i legami tra stimoli emotivi e memoria.

Questo fenomeno non è solo marketing: la riattivazione di memorie collettive agisce sugli stessi circuiti neuronali che rispondono alla musica e alle emozioni, confermando come esperienze culturali e pratiche scientifiche possano convergere nel preservare e stimolare il cervello.

La musica rimane uno strumento potente e accessibile per mantenere il cervello attivo; la ricerca sulla Pea offre nuove strade per modulare l’infiammazione; e la narrativa pubblicitaria mostra quanto sia efficace toccare le corde della memoria condivisa.