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Diffusione dello smart working in Italia: disparità territoriali e dati essenziali

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Panoramica sulle statistiche e sulle dinamiche che hanno portato lo smart working a diventare una componente strutturale del lavoro in Italia, con forte disparità tra aree e città

Il lavoro a distanza dopo la crisi sanitaria

La crisi sanitaria ha accelerato una trasformazione profonda nelle modalità di lavoro. Il telelavoro e lo smart working sono passati da eccezioni emergenziali a elementi stabili dell’organizzazione lavorativa.

I dati del Censimento permanente indicano che, pur consolidandosi, il lavoro a distanza non ha registrato una diffusione uniforme in Italia.

Permangono differenze significative tra territori e contesti urbani, con impatti variabili su settori produttivi e categorie professionali.

Quadro nazionale e dinamiche temporali

I dati ci raccontano una storia interessante sulla diffusione del lavoro a distanza in Italia. Secondo le rilevazioni, circa 3,4 milioni di occupati hanno praticato il lavoro da remoto nelle quattro settimane precedenti. Questa quota corrisponde al 13,8% del totale degli occupati.

Di questi, 1.436.000 persone (il 5,9%) hanno lavorato da casa per almeno la metà dei giorni lavorativi. Altre 1.933.000 (il 7,9%) lo hanno fatto in misura più ridotta. Le cifre segnalano una fase di stabilizzazione rispetto al picco registrato durante la crisi sanitaria. Prima dell’emergenza sanitaria (2018-2019) la quota che aveva lavorato anche solo alcuni giorni da casa era pari al 4,8%; la stessa misura era salita al 15,1%.

Permangono differenze territoriali e urbane, con impatti variabili sui settori produttivi e sulle categorie professionali. Rimane centrale il monitoraggio delle dinamiche occupazionali per valutare l’evoluzione delle pratiche di lavoro flessibile e le ricadute su mercato del lavoro e produttività.

Trend post-pandemia

Il fenomeno ha mostrato un’accelerazione durante il lockdown e una successiva assestazione. la quota di occupati da remoto si è mantenuta intorno al 13,8%. Pur essendo divenuto strutturale, il ricorso al lavoro agile in Italia resta inferiore rispetto alla media di molti Paesi europei.

Confronto europeo

Il confronto con l’Unione Europea evidenzia il divario. Secondo Eurostat, la quota di occupati che ha lavorato abitualmente da casa (almeno la metà dei giorni lavorativi) in Italia è del 5,9%, mentre la media UE è del 9,1%.

Paesi come Finlandia e Irlanda superano il 20% (rispettivamente 22,2% e 21,8%). Svezia e Belgio registrano oltre il 14%, mentre Germania e Francia si collocano sopra il 10%.

Il divario con i principali partner europei segnala margini di crescita per l’Italia nelle pratiche di lavoro flessibile e implicazioni per produttività e mercato del lavoro.

Fattori che influenzano il divario

Le differenze tra Stati e all’interno dell’Italia derivano da vari elementi. Tra questi figurano la composizione settoriale dell’occupazione, la diffusione delle infrastrutture digitali e le prassi aziendali. Lo smart working risulta più diffuso nei territori con servizi avanzati e tecnologie dell’informazione sviluppate. La presenza di queste condizioni condiziona accesso, frequenza e continuità del lavoro a distanza.

Disparità interne: Nord, Centro, Sud e isole

All’interno del paese emergono contrasti territoriali significativi. il Nord-est registra la quota più alta di occupati che hanno lavorato a distanza almeno un giorno, con il 17,1%. Seguono il Centro, con una percentuale inferiore di circa un punto, e il Nord-ovest, al 11,9%. Il Sud si attesta intorno al 10,2%, mentre nelle due isole maggiori la diffusione è più contenuta, al 9,7%.

Queste differenze riflettono modelli produttivi e livelli di digitalizzazione disomogenei. Le implicazioni riguardano l’organizzazione del lavoro, l’accesso alle opportunità professionali e la produttività territoriale. Lo sviluppo di politiche pubbliche e investimenti infrastrutturali sarà determinante per ridurre il divario e favorire l’adozione sostenibile del lavoro flessibile.

Regioni e province

A seguire, l’analisi territoriale conferma una marcata concentrazione nel Centro-Nord.

Lazio guida la classifica con 21,5%. Lombardia segue con 18,6% e Piemonte registra 14,5%.

La Liguria supera la media nazionale con 14%.

Nel Mezzogiorno quasi tutte le regioni restano sotto il 10%. Vi sono alcune eccezioni: Campania 11,1%, Abruzzo 10,3% e Sardegna 10,2%.

Il ruolo delle grandi città

I dati raccontano una storia interessante sulla concentrazione dello smart working nelle aree metropolitane. Tra i Comuni con oltre 150.000 residenti, 19 su 27 registrano valori superiori alla media nazionale.

Milano raggiunge il livello più elevato, con circa 38,3%, seguita da Roma (29,4%), Bologna (27,7%) e Torino (24,6%). Anche capoluoghi meridionali come Cagliari, Napoli, Bari, Palermo e Taranto superano il 14%.

La diffusione nelle grandi città è spiegata dalla presenza di grandi imprese, amministrazioni e servizi avanzati che facilitano il lavoro a distanza. Inoltre, la preferenza per modalità lavorative più flessibili è legata a una maggiore attenzione alla qualità della vita urbana e alla sostenibilità, con benefici misurabili sulla riduzione del traffico e dell’inquinamento.

Permangono però criticità sulla gestione degli spazi e sul futuro delle sedi fisiche di lavoro. La riorganizzazione degli uffici avrà ricadute sul mercato immobiliare, sui modelli di mobilità urbana e sulle politiche locali di pianificazione.