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Giselle di Mats Ek, le ragioni profonde del balletto (e del coreografo)

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La scena finale di Bolle che interpreta la Giselle di Mats Ek, ripresa tra l’altro furtivamente, ha fatto impazzire le tv e giornali, tanto che, digitando su google il nome del ballerino, non si trova altro. Non si capisce se questa furia mediatica sia dovuta alla scena di nudo in sè, oppure al fatto che l’interprete fosse proprio Bolle.

Accantonando la seconda ipotesi, di cui si è parlato e si sta continuando a parlare, vogliamo soffermarci sul valore artistico della Giselle di Ek, per la prima volta in scena nel 1982, destinata al Culberg Ballet e, nel 1997, anche al Balletto alla Scala.

Consultando gli archivi dei maggiori giornali italiani, ogni articolo scritto in occasione di una rappresentazione di questa Giselle rivoluzionaria, spiega quanto la storia sia moderna e profonda.

Innanzitutto, rispetto alla versione originale, il coreografo svedese ambienta le vicende negli anni ’40, abolisce le punte, i tutù, e costruisce un balletto moderno, ispirandosi all’ospedale psichiatrico in cui aveva lavorato in gioventù. La nuova Giselle è un outsider, una donna sottomessa, che reagisce al tradimento con la pazzia, finendo per arrendersi di fronte alla vita. Il secondo atto non è più ambientato nel mondo delle Villi, ma in un ospedale psichiatrico, un luogo dove le fanciulle si agitano costrette nelle camicie di forza.

Riguardo al nudo di Albrecht, il coreografo nel 1997 dichiarò al Corriere della Sera: “E’ simbolico: per lui rappresenta una sorta di rinascita, dopo la visita sconvolgente nel manicomio delle Willi. Questa esperienza tragica gli offre una specie di nuovo inizio, facendogli scoprire potenzialita’ positive. Nella mia versione ho cercato di mettere in luce i contrasti drammatici della storia: quelli tra l’individuo e il gruppo, tra il volgo e la corte, tra sano e insano“.

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