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Governo in subbuglio: via Delmastro e Bartolozzi, pressioni su Santanchè

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Dopo la sconfitta referendaria del 24 marzo 2026 la premier Giorgia Meloni spinge per un riassetto: due dimissioni ufficiali, pressioni su un terzo ministro e scenari di rimpasto senza voto di fiducia

La sconfitta al referendum del 24 marzo 2026 ha innescato una reazione rapida e decisa a Palazzo Chigi: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha chiesto misure concrete per ridurre gli imbarazzi politico-istituzionali. In poche ore sono arrivate le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del capo di gabinetto del ministero, Giusi Bartolozzi, mentre su Daniela Santanchè si è esercitato un forte pressing per ottenere un passo indietro non ancora formalizzato.

Le dimissioni e il possibile rimpasto

Il governo ha interpretato il responso popolare come un segnale di malessere interno e di percezione negativa su alcuni profili pubblici. La mossa di chiedere le dimissioni per chi rappresenta un elemento di criticità ha un duplice obiettivo: limitare l’azione di delegittimazione da parte delle opposizioni e offrire un messaggio di responsabilità istituzionale. Meloni, che non intende avviare un voto di fiducia in Parlamento, valuta la sostituzione dei ministri e l’eventuale nomina di un tecnico per il Turismo; allo stesso tempo è consapevole che la sostituzione di un terzo ministro comporterebbe la necessità di una nuova fiducia parlamentare.

Ipotesi sulle deleghe e successioni

Nel breve termine sono al centro delle valutazioni le deleghe sul Dipartimento amministrazione penitenziaria e sulla polizia penitenziaria. Tra i nomi tecnici citati nei corridoi ci sono figure come Francesco Paolo Sisto o Andrea Ostellari, ma non è esclusa la scelta di nominare un nuovo sottosegretario in quota FdI. L’obiettivo dichiarato è evitare vuoti operativi e dimostrare che il governo è capace di governare la fase successiva al voto senza alcuna sindrome da paralisi istituzionale.

I casi al centro della bufera

Due vicende specifiche hanno catalizzato l’attenzione: il coinvolgimento di Delmastro nella società legata a una nota pizzeria-ristorante e gli interventi di Bartolozzi sulla magistratura. Il sottosegretario ha ammesso di aver commesso una leggerezza nella gestione di partecipazioni societarie e ha preferito rassegnare le dimissioni per non appesantire l’azione politica del governo. Per Bartolozzi la questione è stata aggravata da dichiarazioni pubbliche giudicate intempestive e da precedenti indagini che ne avevano già messo in luce la centralità in alcune vicende politiche.

Il caso della ‘Bisteccheria’ e i legami contestati

La ricostruzione giornalistica ha messo in luce che Delmastro risultava associato a una attività commerciale dove figura la figlia di un soggetto condannato per intestazione fittizia legata al clan Senese. Foto e riscontri hanno alimentato il dibattito pubblico, rendendo più complessa la posizione del sottosegretario. Questo episodio è servito da elemento scatenante per misure cautelative di immagine, più che per un giudizio di natura penale immediatamente risolto.

Reazioni politiche e prospettive interne

All’interno della coalizione si registrano posizioni divergenti. Forza Italia ha valutato positivamente la decisione come scelta politica utile a deflettere la polemica, mentre le opposizioni hanno parlato di mosse tardive e di capri espiatori per una sconfitta che, secondo loro, è imputabile alla leadership. Inoltre nella maggioranza circola un senso di insoddisfazione per il contributo ritenuto insufficiente di alcuni partner sul fronte della campagna referendaria, in particolare la Lega, con accuse di scarso impegno che avrebbero inciso sul risultato complessivo.

Il peso delle valutazioni sul voto

Nel bilancio interno al governo è emersa l’idea che parte dell’elettorato abbia premiato coerenza e punito contraddizioni: la retorica del «se sbagli paghi» è stata percepita come applicata in modo diseguale rispetto ai casi interni. Per questo motivo la rimozione di profili considerati fragili viene letta come una necessità strategica per ricomporre l’immagine pubblica dell’esecutivo e per rispondere alle critiche sulle discrepanze tra parole e comportamenti.

Prossimi passi e impatto istituzionale

Sul piano operativo la premier si prepara a una breve missione in Algeria, mantenendo la gestione della crisi all’interno della squadra di governo. Non è in programma, per ora, un incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella né la richiesta di un voto di fiducia, scelta motivata dal rifiuto di qualificare la situazione come una crisi politica. Resta però aperto il tema della tenuta della maggioranza e delle scelte di comunicazione necessarie per recuperare credibilità agli occhi dell’opinione pubblica.

Conclusione

La giornata successiva al referendum ha trasformato uno scossone elettorale in una serie di decisioni ristrette, pensate per tamponare i danni d’immagine e mettere ordine. Il governo ha scelto la strada delle dimissioni e delle sostituzioni mirate, convinto che questo approccio possa ridurre le tensioni e ricostruire un fronte unitario, mentre il dibattito politico e giudiziario continua a influenzare le scelte future.