Milano, 29 gennaio 2026 – La notizia dell’accordo siglato da Khaby Lame per la concessione della propria identità digitale segna un passaggio che va ben oltre il mondo degli influencer. Non è solo una nuova operazione commerciale, ma un segnale chiaro di come l’intelligenza artificiale stia ridefinendo il concetto stesso di identità pubblica.
Khaby Lame, infatti, non è un creator nel senso tradizionale del termine. Il suo successo non nasce dal racconto di sé, ma da un format puro: gesti essenziali, sguardi, pause, una grammatica visiva immediatamente riconoscibile e replicabile.
Non racconta la propria vita, non costruisce una narrazione personale, non prende posizione.
Ed è proprio questa caratteristica a rendere la sua immagine particolarmente adatta alla riproduzione artificiale. Non serve la persona reale: basta la forma. Per la prima volta non si monetizza soltanto la popolarità, ma la struttura stessa dell’identità.
È un passaggio cruciale, perché introduce un nuovo paradigma: l’identità come asset autonomo, separabile dal corpo e dalla presenza fisica. Un’identità che può essere simulata, automatizzata, persino “interpretata” da un sistema. Peretta per la riproducibilità virtuale.
Il fenomeno appare ancora più evidente se lo si mette in relazione con un secondo fatto recente: la diffusione di video deepfake che ricostruiscono presunte liti familiari dei Beckham, incluso un filmato che mostrerebbe un ballo inappropriato di Victoria. In questo caso il meccanismo è opposto ma complementare: nessun accordo, nessun consenso. L’immagine viene sottratta, rielaborata e rimessa in circolazione come se fosse reale.
Il risultato è lo stesso: la rappresentazione prende il posto della persona.
Per decenni il video è stato considerato una prova, persino in senso giuridico. Oggi diventa una narrazione autonoma, emotivamente credibile ma completamente sganciata dalla realtà. La forma viaggia più veloce dei fatti e finisce per pesare di più della verità.
È in questo contesto che va letta la decisione della Spagna di adottare una normativa particolarmente restrittiva sui deepfake, vietando l’uso di volti e voci artificiali senza consenso. Una scelta che anticipa il problema: quando l’immagine è già circolata, la smentita arriva sempre troppo tardi. Come ricordava Gioachino Rossini ne La calunnia è un venticello, la voce cresce, corre, travolge, e non può più essere fermata.
L’intelligenza artificiale, oggi, non sta solo trasformando i contenuti. Sta modificando il rapporto tra identità, reputazione e controllo. Il vero tema non è se queste tecnologie possano essere usate — perché lo saranno — ma chi decide come, quando e a quali condizioni un’identità può continuare a esistere anche senza la persona.
Il caso Khaby Lame è un’anticipazione. E riguarda tutti, non solo chi vive di visibilità.